I Gattopardi
I Ruffo in Calabria e i Doria Pamphilj in Basilicata in età moderna

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Collana: Le Strenne
2014, pp 208
Rubbettino Editore, Biografie e storie vere, Biografie, Personaggi storici, politici e militari
isbn: 9788849841794

«Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»: questa la celebre frase del romanzo Il Gattopardo, pronunciata da Tancredi Falconieri, nipote del Gattopardo per eccellenza, il principe Fabrizio Salina, ed interpretata nel comune sentire come principio di trasformismo senza alcun sostanziale cambiamento, di spregiudicata adesione dei potenti ai nuovi corsi politici utilizzando ogni mezzo per rimanere al potere. Il romanzo è stato quindi inteso come una sostanziale celebrazione di un mondo aristocratico in declino, apparentemente rinnovato, o meglio adeguato, alla nuova Italia post-unitaria. Si tratta in effetti di un singolare equivoco, più funzionale a sostenere pregiudizi contro le vicende risorgimentali meridionali che a spiegare il senso del volume. Come ha recentemente sottolineato la critica, la frase non è da intendersi nell’interpretazione più diffusa, sia perché la pronuncia un giovane nobile decaduto e rampante e non il Gattopardo sia perché quest’ultimo ammira la spregiudicatezza con cui il nipote intende riconquistare l’avita brillante posizione sociale, seppure nello Stato unitario, ma non condivide affatto il comportamento predatorio e cinico del bel Tancredi. In un’affascinante indagine storica si può verificare quanto siano attendibili le affermazioni letterarie sopra illustrate e fino a che punto le chiavi di lettura del periodo offerte dal romanzo siano applicabili a due grandi famiglie nobili fortemente radicate nel territorio calabrese (oltre che siciliano), i Ruffo, e, nel territorio lucano, i Doria Pamphilj. Esse sono unite da un rifiuto a partecipare attivamente all’attività politica del nuovo Stato unitario italiano, analogamente al protagonista del romanzo, congiunti altresì dagli esiti tumultuosi e funestati da diversi accadimenti disastrosi relativamente al loro patrimonio, come i terremoti, l’eversione della feudalità e delle successive riforme agrarie, fino all’esito finale, di sostanziale perdita di terre e beni. I Ruffo di Calabria sono divisi da numerose, lunghe ed onerose cause e non sanno adeguatamente trasformare una gestione dei beni territoriali di tipo feudale in una più moderna latifondistica. È indubbio che nella seconda metà dell’Ottocento essi avviano il recupero di un’immagine familiare moderna, ricca e raffinata, anche attraverso una splendida collezione di fotografie. Probabilmente l’ultimo Gattopardo dei Ruffo è il cardinale Fabrizio Ruffo, da interpretare nell’accezione particolare di esponente di un mondo illuministico ormai scomparso nella prima metà dell’Ottocento. I Doria Pamphilj sommano le capacità mercantili del grande Andrea Doria con il culto dell’immagine della famiglia papale Pamphilj, aggiornati sulle più moderne idee settecentesche europee nel campo dei giardini e della produzione agricola ma altrettanto fedeli alla Chiesa quanto i Ruffo, liberali ma non rivoluzionari. Oltre al cardinale Giuseppe Doria Pamphilj, non lontano dalle posizioni del cardinale Ruffo anche se non coinvolto in vicende guerresche, la figura di maggior rilievo della famiglia nel corso dell’Ottocento è il principe Filippo Andrea V, che considera il proprio Stato di Melfi in Basilicata come un rifugio “nei tempi calamitosi” romani legati alla seconda Repubblica del 1849, ma dove si possono sperimentare significative innovazioni nel governo del territorio, i cui risultati sono poi applicati anche alle proprietà romane. Egli è però un Gattopardo sui generis, in quanto segue da vicino le sue terre, risiedendovi spesso negli anni giovanili e controllandone sempre da vicino l’andamento produttivo, senza però mai aderire alle nuove istanze politiche anticlericali e repubblicane che precedono e seguono in diversa misura il processo di unità nazionale. Il suo atteggiamento paternalistico nei confronti dei coloni ricorda in certa misura quello del principe di Salina ed in ogni caso egli cede gradualmente la proprietà delle sue terre agli stessi coloni e mercanti a partire dalle leggi contro la feudalità e poi ancora nella seconda metà dell’Ottocento, mantenendo però la proprietà dei nuclei più importanti del suo Stato, dismessi a partire dalla riforma agraria degli anni Quaranta del Novecento fino agli anni Cinquanta, ad opera del principe Filippo Andrea V, il primo sindaco di Roma capitale dopo la liberazione.

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