Giornalista senza pregiudizi e superficialità (Gazzetta del Sud )

di DOMENICO NUNNARI, del 17 luglio 2013

Da Gazzetta del Sud del 17/07/2013

La penna di Giovanni Russo, un protagonista della migliore stagione del giornalismo italiano, da più di mezzo secolo scrive ed espone questioni del Meridione italiano con la cultura profonda e la passione civile di autore che può davvero essere considerato l'interprete migliore di quelle terre del sud che per molti rappresentano un'incognita antropologica. Una regione come la Calabria, difficile da spiegare, come ammetteva Corrado Alvaro, scrittore calabrese di dimensione e dignità europee, che però risolveva la questione amandola, come si ama senza dubitare la terra a cui si appartiene, ha sempre potuto contare, nell'ultimo mezzo secolo, su questo grande giornalista che l'ha raccontata, sul più grande quotidiano italiano e in molti saggi e reportage, nei suoi aspetti storici, civili e sociali, senza rinchiudersi nel pregiudizio o cedere alla superficialità, rinforzata dall'ignoranza, che sono i segni distintivi di quanti si sono occupati e si occupano di Calabria nei media nazionali.
Di Giovannino Russo è appena uscito, nella collana di studi meridionali dell'editore Rubbettino, l'ultimo lavoro che raccoglie piccoli saggi, articoli, brevi reportage a partire dal 1949 fino a giungere ai nostri giorni. "Nella terra estrema. Reportage sulla Calabria" (pp. 136, euro 14) è il titolo di questo straordinario libro che si apre con un saggio introduttivo di Vito Teti che spiega subito come Russo abbia rappresentato per una intera generazione di studiosi un punto di riferimento imprescindibile con le sue inchieste meridionaliste, lucide e civili, e per la sua capacità di raccontare quel sud poco conosciuto che irrompeva sulla scena nazionale con "pazienza e irruenza".
La raccolta degli scritti che si apre con il racconto di un viaggio a Pietrapaola, nelle terre del latifondo del Crotonese, sembra quasi un annuncio di quel "Baroni e contadini", libro che rimane come un sigillo inconfondibile e inimitabile nella pur vasta produzione letteraria di Giovannino Russo che era rimasto profondamente segnato dalla lettura di "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi a cui si era sentito molto vicino. In tutti gli scritti di "Terra estrema" alita la presenza di Corrado Alvaro a cui Giovannino Russo era molto legato e alla cui esperienza culturale e saggezza si era nutrito nelle lunghe passeggiate della Roma intellettuale che girava intorno al "Mondo" di Mario Pannunzio. Nella Calabria di Russo appaiono i paesi solitari e abbandonati che pure respirano cultura antica nella loro miseria. È la Calabria del partire, delle frane rovinose, delle alluvioni, delle identità perdute, delle borghesie mancate, dei proprietari che sfruttano i morti di fame.
Russo scava in questa incognita antropologica che è la Calabria, fa un giornalismo che non c'è più e che assomiglia alla ricerca sociale e che non è facile da praticare. Per raccontare, come racconta Russo nei suoi reportage, bisogna saper intendere, guardare oltre, cogliere gli aspetti umani delle questioni sociali e poi riferire con uno stile ineguagliabile. C'è la Calabria inquieta del 1970 in "Terra Estrema" con il racconto della ribellione di Reggio. Russo, come pochi altri, in quegli anni, si distingue dalla massificante definizione di rivolta fascista interrogandosi sul perché "una città esplode di furore per quella che sembra essere soltanto una questione di prestigio campanilistico" e avverte che bisogna guardare con occhi bene aperti "a quel Meridione dove possono, scoppiare, come a Reggio, ciechi furori collettivi".
Un saggio sulle prospettive per il futuro del Mezzogiorno e della Calabria, pubblicato in apertura del libro, è un piccolo manifesto sulla questione meridionale. "Il destino del Mezzogiorno è l'Europa - conclude Russo - ma esige un'alleanza, come quella che si verificò nel secondo dopoguerra, tra le parti più avanzate e moderne della classe dirigente del Nord e di quella meridionale". L'idea di un Sud condannato irrimediabilmente è profondamente sbagliata.

DI DOMENICO NUNNARI

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