Giachetti: “Pd, ok la tregua, almeno finisce il fuoco amico” (nuovocorrierenazionale.com)

di Alessio Garofoli, del 07 luglio 2018

È un libro che racconta la sua storia, la passione politica, vittorie e insuccessi. Roberto Giachetti in Sigaro politica e libertà, scritto col giornalista Alberto Gaffuri per Rubbettino, ripercorre una biografia politica iniziata a 16 anni in via di Torre Argentina. Marco Pannella, Radio Radicale, i banchetti per le strade, i referendum, la disobbedienza civile, le marce non violente. Una gavetta che ha forgiato una generazione di politici, tra cui quel Francesco Rutelli di cui fu coordinatore della segreteria e poi capo di gabinetto al Campidoglio, prima di tentare lui stesso la scalata a sindaco, seppur in condizioni disperate. Il deputato dem, già vicepresidente della Camera, sta presentando il libro in tutta Italia dove si confronta con “fette di popolo”.
Siamo in un momento storico in cui, a torto o a ragione, la politica è considerata la causa di tutti i mali. In questi tempi di ‘populismo’ raccontarla come attività nobile e passione implica coraggio?
“Non parlerei di coraggio, ma di verità e necessità. La politica, soprattutto in tempi in cui si rischia di perdere la bussola e rimettere in discussione valori che per decenni sono stati baluardo inscalfibile della civile convivenza, è fondamentale. Certamente riportare al centro questa ‘arte nobile’ che non ha nulla a che vedere col battage continuo di slogan a buon mercato tipico dei populismi, una politica che si sforzi di rispondere ai bisogni delle persone interpretando una realtà complessa, in questo momento è molto faticoso. Ma continuo a considerarlo un dovere cui è impensabile sottrarsi”.
Chiariamo una volta per tutte: lei sostiene che Renzi non voleva un partito della nazione ma un Pd forte. Dove si è inceppato il meccanismo?
“Si è inceppato perché il Pd, pur stando al governo e pur avendo realizzato misure e riforme che continuo a considerare buone e necessarie, è ricaduto nei medesimi errori di sempre: una pervicace incapacità di accettare una leadership forte, la tendenza atavica a rimettere continuamente in discussione decisioni prese a maggioranza nelle sedi democratiche del partito, e, dall’altra parte, una scarsa attitudine a comporre le divergenze senza stravincere ad ogni costo. E però, a seconda di come la si vuol vedere, aggiungo anche un mancato tempismo nel constatare che un certo fuoco amico ci avrebbe progressivamente dilaniato e quindi, a quel punto, sarebbe stato meglio rimettere tutto in discussione e misurarsi col voto. Sono sicuro che ne saremmo usciti rafforzati”.
Come superare le divisioni interne al Pd e riconquistare consenso? Stare sulla difensiva cercando di ridurre il danno non è una strategia vincente.
“Intanto considero una buona cosa questa tregua interna, proprio per quanto detto prima. Non esulto per questo: è piuttosto triste che ci si arrivi dopo una sonora sconfitta e non dopo un grande successo, come sarebbe stato quasi ovvio. In qualunque direzione si voglia andare una cesura, una pax interna reale e non contingente, è precondizione per lavorare meglio e affrontare seriamente ciò che ci aspetta”.
Lavoro ed economia, su cui il governo pentaleghista sta insistendo, sono buon terreno per la sinistra. Eppure il Pd non brilla per opposizione. Questo perché è morto?
“Non sono un indovino e posso parlare per me, che ho contribuito a fondarlo. Il Pd probabilmente non si può definire morto finché continuerà ad avere il sostegno di milioni di persone che si riconoscono nelle istanze di un partito che deve tornare ad essere centrale per il sistema politico, un partito che per anni si è misurato con la crisi e che, numeri alla mano, ha riportato il paese in buona salute. Tutto questo non è bastato perché i problemi che abbiamo affrontato sono complessi, vengono da molto lontano e necessitano di tempi lunghi. La strada imboccata, dal punto di vista delle soluzioni, resta a mio avviso quella giusta. Ma il risultato elettorale evidentemente, e per nostra responsabilità, ci ha detto che quanto di buono si è fatto su economia, occupazione, rilancio dell’industria, diritti non ha convinto gli italiani. Tanto più se dall’altra parte si fa una campagna elettorale, che continua anche dai banchi del Governo e che si è trasformata in quella sorta di atto notarile che è il Contratto, letteralmente basata su un libro dei sogni”.
Sul dl dignità, che secondo il Ministro Di Maio “ha licenziato il jobs act”, piovono polemiche da Confesercenti, Fipe, Confcommercio oltre che dai suoi colleghi di partito Orfini, Gentiloni, Calenda, Martina. La dignità dei lavoratori non è cara alla sinistra?
“Guardi, la denominazione Decreto Dignità serve solo a buttare fumo negli occhi, esattamente com’è ridicolo dire: ‘Abbiamo licenziato il Jobs Act’. E’ il discorso che facevo prima, la volontà di comunicare manipolando la realtà e ammantando di significati storici misure che, se le si legge con attenzione, sono solo correttivi di quel che esiste già. Non c’è nessun licenziamento del Jobs Act, c’è un peggioramento del Jobs Act. E’ chiaro che aumentando i costi per i contratti a tempo determinato non aumenta la possibilità per le imprese di fare più tempi indeterminati ed è del tutto evidente che, in tal caso, il rischio che di assunzioni non se ne facciano proprio è fondato. Mi lasci anche dire che il tempo è galantuomo: si ricorda cosa si diceva sugli incentivi avviati dal governo Renzi, e cioè che alla scadenza dei bonus le imprese avrebbero lasciato a casa gli assunti? Ebbene l’Inps giorni fa ha smentito questa previsione pessimistica che ha accomunato economisti e commentatori politici, dimostrando che gli assunti con gli incentivi hanno ricevuto lo stesso trattamento di chi è entrato senza, e il tasso di licenziamento è identico, per entrambi sotto l’1%. I fatti non mentono. Il problema di quest’epoca di post verità, in cui le opinioni travolgono tutto, è riuscire a rendere i fatti unità di misura della verità. Al contempo serve la politica, e un messaggio di prospettiva che dia la nostra idea di mondo, che per me negli ultimi anni ci è mancato”.
I renziani romani sperano in una sua corsa a segretario del Pd. E’ anche la sua intenzione?
“Per ora mi accontenterei che decidessimo di fare le primarie a ottobre. Cosa che al momento mi pare di essere l’unico a volere”.
Salvini è il vostro opposto. Ma avete un obiettivo comune: superare l’accordo di Dublino. O no?
“Mi dica un partito dell’attuale arco parlamentare che non voglia superare Dublino. Le rispondo io: nessuno. Detto che si deve al centrodestra (di cui la Lega era parte integrante con Maroni all’Interno) la firma di quell’accordo, è assolutamente evidente che a fronte di un’immigrazione che nei prossimi anni crescerà in modo sempre più esponenziale l’Italia non può sopperire agli egoismi nazionali in ragione della propria posizione geografica. La politica del ministro Minniti e quella di Salvini, però, non hanno nulla in comune. Minniti è riuscito a diminuire gli sbarchi in modo considerevole costruendo una rete di rapporti con i libici, Salvini ha scelto le Ong come bersaglio del momento e, in assenza di una strategia ma grazie a un tatticismo cinico che gli ha dato grande eco mediatica, sta mettendo l’Italia in un isolamento da cui, alla fine, uscirà fortemente indebolita. L’asse con Visegrad, coi paesi che più di tutti danneggiano la nostra posizione, è un capolavoro di opportunismo politico dietro cui bene che vada c’è il nulla, male che vada conseguenze spiacevoli”.
Pannella anticipò il tema della partecipazione. Quali le differenze, se ci sono, con quella sbandierata dal M5S?
“Guardi lo dico in poche parole: Marco credeva e promuoveva la partecipazione perché credeva nella politica. Loro usano l’odio per distruggere la politica”.
Per l’inchiesta sullo stadio della Roma chiede le dimissioni della Raggi. Ma lei non è un garantista fino a prova contraria?
“Certo che lo sono e sempre lo sarò. Ma non chiedo le dimissioni della sindaca Raggi per le vicende giudiziarie in cui è coinvolta o per quella sullo stadio della Roma e su alcuni esponenti importanti del M5S a Roma. Le chiedo per conclamata inadeguatezza nella scelta dei collaboratori, per incapacità politica e amministrativa, per l’immobilismo e i danni che questo stato comatoso in qualunque attività gestionale sta portando ormai da due anni alla Capitale d’Italia. Se dopo il caso Marra nemmeno lo stadio della Roma, che sarebbe stato l’unico investimento che la Raggi poteva firmare, è uscito immune dal coinvolgimento di Lanzalone (mandato apposta da Grillo e Casaleggio a gestire Acea e la partita stadio il cui iter comunque subirà perlomeno l’ennesimo rallentamento), capisce che il problema è del sindaco e di tutto il M5S. Un partito senza classe dirigente all’altezza che a Roma certifica, giorno per giorno, un disastro annunciato”.
Fu miope non dialogare col M5S dopo il 4 marzo?
“No, è stata una scelta naturale. I 5Stelle stanno dimostrando la loro matrice di destra. Dovrebbe rifletterci chi che ci chiedeva di farci un governo insieme”.