Francesco Delzìo
Generazione Tuareg
Giovani, flessibili e felici

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Collana: Problemi aperti
2007, pp 96
Rubbettino Editore, Società e scienze sociali, Sociologia
isbn: 9788849819120
I trentenni e i quarantenni di oggi si sono formati in un deserto, causato dal rapido e imprevedibile dissolvimento delle certezze che avevano caratterizzato il Novecento.
Sono i protagonisti della Generazione Tuareg.
Costretti a vagare in un mare senz'acqua come i nomadi del deserto, privi delle bussole che avevano guidato padri e nonni.
Proprio come i Tuareg, hanno una sola chance per sopravvivere: affrontare il deserto in gruppo, abbandonando l'iper-individualismo di fine Novecento.
Colpita e marginalizzata dalle conseguenze della rivoluzione del '68 e della cultura dello spot televisivo, dai mercati dei servizi chiusi alla concorrenza e dalla riforma Dini, la Generazione Tuareg può riscattarsi solo costruendo una nuova mappa di valori, un nuovo pensiero comune.
Coltivando visioni più ampie del proprio interesse, può rovesciare l'approccio di chi oggi è al potere in Italia. Battendo la“sindrome dell'alieno”: l'idea - straordinariamente diffusa tra dirigenti pubblici e privati, imprenditori, opinion maker, accademici - che le sorti dell'Italia siano qualcosa di altro rispetto ai propri comportamenti, ai propri giudizi, alle proprie ambizioni.
Riaccendere la speranza, ricostruire il“sogno italiano”. è la grande missione della Generazione Tuareg: flessibile per necessità, felice per scelta.
Libero del 18 ottobre 2007
Esce“Generazione Tuareg"
Ricette per l'Italia flessibile e felice

Nel libro di Delzio, le idee per rinnovare la società Merito, riforma delle pensioni e aliquota unica
di Fausto Carioti
Aboliamo il Sessantotto. Chiudiamo l'era dell'egualitarismo, iniziando dalle università. Abbattiamo i tabù del welfare: per quale motivo le donne non possono andare in pensione alla stessa età degli uomini? Finiamola con la retorica della precarietà: per migliaia di giovani le alternative all'impiego flessibile sarebbero la fuga all'estero o un lavoro in nero. Addio tassazione progressiva: per attirare investimenti introduciamo la"flat tax", un'aliquota unica al 25%. Idee simili, nel resto d'Europa, sono portate avanti dai Nicolas Sarkozye dai Gordon Brown. In Italia vuoi perché figure analoghe non esistono, vuoi perché di questi tempi la politica è più debole del solito le idee forti sono costrette a germogliare altrove. Nell'orticello di Confindustria, addirittura. Dove il direttore dei Giovani Imprenditori, Francesco Delzio, ha appena scritto per Rubbettino "Generazione Tuareg", un libro zeppo di proposte di cui nei prossimi anni sentiremo parlare molto. Dal palco di viale dell'Astronomia, ma non solo.
Delzio, 33 anni, ha assunto l'attuale incarico quando era appena ventiseienne, diventando così il più giovane top manager nella storia di Confindustria. Il presidente dei Giovani Imprenditori, Matteo Colaninno, ha messo assieme una squadra che si candida, tra qualche anno, a prendere in mano l'associazione degli industriali. Di questo gruppo, Delzio è l'intellettuale dalle molte relazioni, ben distribuite tra destra e sinistra. Tutto il suo libro ruota attorno a uno slogan di una sola parola: «merito».
Renzo De Felice, ricorda Delzio, «ripeteva spesso che i danni provocati dal ''68 non sarebbero stati rimarginati in meno di cinquant''anni. Il principale prodotto della vittoria dell'egualitarismo sul merito, infatti, è stato un profondo livellamento verso il basso di studenti e docenti». Il risultato è che oggi il sistema universitario italiano è il più vecchio del mondo (metà dei docenti di molo andrà in pensione entro il 2010), è incapace di puntare sui settori strategici e spende in ricerca, in percentuale, la metà degli altri Paesi europei. Soprattutto, è un sistema ingiusto: vista la scarsità di borse di studio legate al merito, i laureati italiani appartengono per la quasi totalità ai celi medio-alti. Insomma, «i più poveri finanziano la formazione dei ricchi». Morale: «Per cambiare il volto della società italiana, per trasformare in dinamismo e innovazione ciò che oggi sembra pericolosamente immobile, non abbiamo alternative. Dobbiamo abolire il ''68».
Il modello indicato dal direttore dei Giovani imprenditori è quello americano: atenei molto specializzati, dotati anche di robusti finanziamenti privati, e retribuzioni di docenti e ricercatori legate al merito e ai risultati. Un obiettivo da raggiungere passando sopra ogni veto politico: «Sfidando scioperi generali, occupazioni di massa, pantere vere e finte».
Perché il paradosso di chi scende in piazza contro il cambiamento è proprio questo: se come avviene nella maggior parte dei casi è giovane, lo fa contro il proprio interesse. Accade perla scuola e l'università, e succede anche perlepensioni e il welfare. Un capitolo del libro sembra scritto apposta per coloro che scenderanno in piazza sabato prossimo, a Roma, rispondendo all'appello della sinistra comunista. «Sono cortei», attacca Delzio, animati da ventenni che «avrebbero interesse a innovare un sistema di welfare fermo all'età della fabbrica, a cambiare ra¬dicalmente una previdenza pubblica che li taglia fuori da tin trattamento dignitoso. Ma oggi li vediamo manifestare a favore dello status quo, della conservazione dell'ingiustizia generazionale. Pronti a scendere in piazza, puntualmente, contro se stessi...».
La vera battaglia dei giovani (costretti, come i tuareg, ad affrontare il deserto in gruppo se non vogliono soccombere) dovrebbe essere quella per riformare le pensioni. In modo da evitare che, tra trenta o quarant''anni, il sistema previdenziale sia collassato sotto il peso degli assegni staccati ogni mese a chi ha smesso di lavorare quando era ancora nel pieno delle forze. Invece, ci si batte per il motivo opposto. «Quanto dovremo atten¬dere per il primo sciopero dei ventenni e dei trentenni a sostegno della riforma delle pensioni? Chi riuscirà a spiegare loro qual è il loro vero interesse?», è la domanda.
Il problema vero, quello che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome, sono le culle vuote. In Italia si fanno pochi figli e questo non compromette solo la tenuta del sistema previdenziale: «Senza un'adeguata base demografica non può esserci sufficiente domanda interna, né crescita significativa della produzione di ricchezza nazionale e nemmeno molo internazionale». Siccome la soluzione non può consistere solo nell'aprire le porte agli immigrati, servono bonus bebè, politiche fiscali in favore delle famiglie numerose, servizi per le madri che lavorano. Domanda: con quali soldi? Risposta dell'autore: ad esempio allungando l'età pensionabile delle donne e parificandola a quella degli uomini. Insomma, le proposte sono Il, nero su bianco, pronte per essere discusse. La politica, se c'è, batta un colpo.
Il sole-24 Ore del 21 ottobre 2007
Giovani e impresa, il «contro-manifesto»
Flessibili e felici? Si può
di Massimo Mascini
Si può essere giovani, flessibili e felici? A sentire la piazza no. Ma non sono tutti d'accordo. Francesco Delzìo, che è giovane, ha 33 anni, ha scritto un libro «Generazione Tuareg», edito da Rubbettino, E in libreria in questi giorni, in cui scommette che è possibile. Non è facile, sostiene, perché i giovani sono come i Tuareg, vivono in un deserto, senza ideologie, senza luoghi di aggregazione, senza punti di riferimento, senza certezze. Ma tutto ciò non è sufficiente per gettare la spugna, per lasciarsi morire in questo deserto. Per sopravvivere, dice, occorre prima capire che si è in un deserto, e poi, come i Tuareg, restare uniti e cercare di uscirne.
A dirla così non è difficile. E invece lo è, perché se i giovani vogliano evitare le trappole che la società ha teso, devono passare per una trasformazione profonda, uscire dalla disinformazione, guardare ai loro interessi, quelli veri. La società italiana appare a Delzìo come una piramide rovesciata che si regge sulla punta, in un equilibrio sempre più precario. Rovesciata perché i vecchi sono più dei giovani, i pensionati più dei nuovi lavoratori non precari, la vecchiaia più tutelata dell'infanzia Tutte le risorse si dirigono non ai giovani, per prepararli alla battaglia globale che li (e ci) attende, ma verso le generazioni anziane. Esempio classico, la riforma Dini che ha scaricato tutti i costi su quel 18% che non avrà mai nemmeno un pezzetto di pensione retributiva.
Il bello è che a difendere quella riforma sono proprio i giovani che vanno in piazza alle manifestazioni. Contro i loro interessi.
I giovani combattono l'indifferenza o il cinismo delle passate generazioni (che stanno sempre li a occupare tutto l'occupabile) non chiedendo per legge un posto fisso, ma adeguandosi a un sistema che li rifiuta e ponendo nella loro società le premesse per cambiare gli squilibri che li escludono. I nemici da combattere sono l'egualitarismo, il degrado dell'education, le università in primo luogo, il fastidio che si avverte contro il merito. E ancora la gerontocrazia imperante, il sistema della cooptarione, rimmobilismo delle elite, se esistono anche da noi.
Il precariato, sostiene Delzio, non è quello che viene descritto. l'occupazione a termine è in Italia al 13% del totaledell'occupazionedipendente. Nell'unione ai è al 46, in quella a 25 al i in Germania al 14,2, in Francia al 13,7, in Spagna al 34,4 (si veda anche l'analisi a fianco). c'è, questo sì, un disagio concreto, diffuso, forse superiore a quello dei giovani di altri Paesi Ma la trappola in cui si cade è quella della«mistica della precarietà». Per questo occorre chiedere garanzie per iperiodi in cui non si lavora, non eliminare la flessibilità, che dà molteplici varietà di vita e di lavoro. E passare alla «flessibilità positiva», quella che c'è in Europa, dove a chi non ha il posto fisso è dato un mutuo per la casa o i soldi per aprire un'azienda.
Ma soprattutto occorre puntare sull'individuo, perché importante è fare massa, non esserla. Non siamo uguali, ciascuno deve avere le possibilità che si merita, ma per avere questo occorre cambiare i parametri di riferimento delle selezioni. Ricentrarsi sull'io, ma messo in rete, non più isolato, monade sperduta Così è possibile avviare un circolo virtuoso che veda il rischio come leva di sviluppo, il nomadismo come opportunità, il pragmatismo come rifiuto delle verità preconfezionate, la trasversalità come confronto, la flessibilità come strumento di crescita.
Francesco Delzìo è direttore dei Giovani imprenditori di Confindustria. Con loro ha combattuto queste battaglie.
Corriere Magazine 25/10/2007
1968-QUELLI CHE PAPà FACEVA LA RIVOLUZIONE
di Livia Michilli
Sono cresciuti senza ideologie, certezze, posto fisso. Costretti a scontare le colpe dei padri. In un libro appena uscito, Francesco Delzìo descrive in questi termini i 30 40 anni di oggi e propone di abolire il Sessantotto. E chi l'ha fatto gli risponde così
c'ERA UNA VOLTA QUELLA X, poi è arrivata quella dei lucchetti, quindi quella bambocciona. Ora tocca alla Generazione Tuareg, sottotitolo «giovani, flessibili e felici». Sono i 30 40 enni italiani visti da Francesco Delzìo, direttore dei Giovani imprenditori di Confindustria e autore di un libro, appena uscito per Rubbettino, che descrive i suoi coetanei come una tribù cresciuta in un deserto di certezze, niente ideologie e addio posto fisso, spesso costretta a pagare le colpe dei padri. Gli ex sessantottini soprattutto, che hanno sì tramandato ai figli un cultura più libera e critica, ma hanno pure generato, scrive Delzìo, «la grande illusione dell'eguali¬tarismo di massa: delle opportunità trasformate in diritti, della deresponsabilizzazione dell'individuo che diviene in qualche modo soggetto protetto a carico dello Stato». Il rimedio? «Abolire il ''68», suggerisce l'autore alimentando un dibattito, quello sull'eredità politi¬co culturale del movimento, riaperto Oltralpe da Sarkozy e destinato a infiammarsi in vista del quarantennale.
c'ERA UNA VOLTA VALLE GIULIAc'è chi ricorda tutto come fosse ieri: «Il primo marzo partimmo in corteo verso Valle Giulia per riprenderci l'Università occupata dai poliziotti, racconta Massimiliano Fuksas. Oggi architetto di grido, ieri girava per Roma con Oreste Sealzone gridando «Yankee go home» e «Giap Giap Ho Chi Minh»: «Chi ha fatto ii ''68 ha ancora adesso molta voglia di battersi» e non la si scambi per attaccamento alla poltrona, «sono quelli formatisi negli anni ''70 ad aver preso il potere». Eredità negative? «Non credo ne abbia lasciate», quelle positive invece abbondano: «Senso di tolleranza, scoperta della sensualità, forza innovatrice soprattutto. Allora noi maschi andavamo al liceo in giacca e cravatta, le ragazze col grembiule nero: ci rendiamo conto?».
DAL FEMMINISMO AL FAMILY DAYVero è che il movimento investì come uno tsunami scuola e università, con effetti molto dibattuti. Nel libro Delzìo denuncia il livellamento verso il basso ed Eugenia Roccella è d'accordo: «l'egualitarismo ha senso se significa pari opportunità di partenza e non depressione all'arrivo, della serie ''tutti uguali tutti poco''». Il suo debutto sessantottino risale al quindicesimo compleanno, quando per sfuggire ai manganelli della polizia si buttò dalla finestra di scuola: seguì una lunga carriera da leader femminista e radicale. Portavoce del Family Day lo scorso maggio, la Roccella guarda indietro e spiega che «ciò che rimane è proprio quello che all'epoca venne sottovalutato: le battaglie per i diritti civili, dal divorzio all'aborto». Per il resto, «penso che il lascito politico e culturale sia stato in grandissima parte negativo».
LA SCOMPARSA DELl'AUTORITàDel tutto allergico a miti e nostalgie anche Giulio Tremonti, che il ''68 non l'ha fatto ma «sono stato il primo in Italia a parlarne male». La questione dell'autorità, per esempio: «è scomparsa. Il ''68 ha portato con sé la morte dell'autorità, sfondando in realtà una porta aperta», e invece va ripristinata, sottolinea il vicepresidente di FI, a cominciare dall'organizzazione dei pubblici uffici. E poi «il ''68 è stato un movimento orizzontale di distruzione del potere pubblico, ora siamo nel ciclo opposto: i popoli domandano e i governi non hanno il potere per rispondere. In questo momento in Europa non bisogna ridurre il potere pubblico ma piuttosto aumentarlo, se si vuoi salvare la democrazia». Secondo il ministro per i Rapporti col Parlamento, Vannino Chiti, l'elemento antiautoritario fu invece una delle tante "luci" di quella stagione, «un momento di sprovincializzazione dei Paese. Il movimento cambiò , per esempio, i rapporti nel¬la famiglia, rendendola più libera e meno gerarchica».
UNA GENERAZIONE INGOMBRANTEA proposito: c'è chi dice che i genitori abbiano finito col soffocare i figli, lui, autore insieme al secondogenito Marco di un libro proprio sul ''68 (Nostalgia del domani), risponde che «la nostra generazione può essere considerata ingombrante non avendo voluto o saputo creare le condizioni perché i più giovani trovassero spazio. E questo è un problema». Per Marco Chiti, però , il vero nodo è piuttosto «una certa incoerenza e ipocrisia: i sessantottini erano pieni di aspettative ma di veri cambiamenti se ne son visti pochi, molti alla fine si sono adeguati». d'Alema ha invitato i giovani a lottare «come noi nel ''68», lui concorda: «Si parla tanto di ricambio in politica, ma noi mica dobbiamo elemosinano». Di più, «in questo momento, difronte a tanta cialtroneria, dovrebbero ribellarsi», salta su Michele Placido: «Il ''68 diede ai giovani il coraggio di dire la propria e assumersi delle responsabilità. A me, ventenne di provincia del Sud, diede il coraggio di fare l'attore, sennò a quest''ora sarei un maresciallo». Quella stagione e la sua stessa esperienza finiranno nel prossimo film, Il grande sogno, pronto giusto in tempo per il quarantennale: «Sto facendo i provini, vedo tanti ragazzi e sento aria di frustrazione. Potrebbe arrivare un altro ''68 e senza che lo chiediamo...».
Il Tempo 27/10/2007
La tesi Delzìo (Confindustria): non si premia più il merito e la capacità individuale
«Under 30 indietro per colpa del ''68»
di Filippo Caleri
I giovani restano indietro in Italia anche per colpa della contestazione del ''68. A dirlo è Francesco Delzìo, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria, che ha condensato le sue tesi in un libro Generazione Toureg-Giovani, flessibili e felici - ed. Rubbettino). «l'idea di base è quelle secondo la quale ventenni e trentenni oggi pagano le conseguenze del ''68. Che mentre in Europa ha liberato energie e creato società orizzontali, in Italia ha trasformato la società in una massa di uguali che non tiene conto del merito e delle competenze individuali». Un scelta i cui effetti si vedono oggi nelle scuole e nel lavoro. «Gli allievi nelle università italiane sono tutti uguali. Nel pubblico impiego l'unico criterio di avanzamento è l'anzianità e le retribuzioni, in generale, non premiano la maggiore formazione». Delzìo non considera comunque il precariato la causa di tutti i mali dei giovani: «La sensazione di insicurezza deriva dal fatto che si è spinto sulla flessibilità del mercato del lavoro senza mettere l'accento sulla flessibilità positiva». A mancare secondo il direttore dei giovani imprenditori di Viale dell'Astronomia è la possibilità per un giovane precario di ottenere un mutuo per aprire un'impresa o una casa e ancora di pagarsi un master di alta formazione. «La colpa di questo sistema di cose è da rinvenirsi soprattutto nella mancanza di concorrenza nei servizi a rete come il credito, i trasporti pubblici, il gas e elettricità» conclude Delzìo.'