Fofi: leggete Cristallo e Criaco per capire la mafia (Avvenire)

di GOFFREDO FOFI, del 02 agosto 2013

Da Avvenire del 02/08/2013

Scrissi una volta una battutaccia: se la mafia mettesse sotto copyright la parola mafia, vivrebbe di rendita e non avrebbe più bisogno di delinquere. Me la prendevo con il genere cinematografico e televisivo e giornalistico che dominava nel nostro sistema dello spettacolo, e ovviamente con i "professionisti dell'antimafia" (oggi, per inciso, bisognerebbe parlare anche, e più in generale, dei "professionisti del bene"...). Il genere mafia è insomma nel nostro mercato culturale un prodotto commerciale di ottima resa. Rientra nel genere più vasto della cultura della "'denuncia", ed è usato come un alibi che costa poco e rende molto, anche in politica. Naturalmente ci sono le eccezioni, e sono per molte e significative.
La Bur, per esempio, propone al grande pubblico un vecchio testo del 1900 di Napoleone Colajanni («Nel regno della mafia»), bel personaggio della nostra storia civile e politica, che parte dall'omicidio Notarbartolo per parlare della Sicilia che era passata non proprio limpidamente «dai Borboni ai Sabaudi», e dove la mafia viveva di nuova linfa. Ed è impressionante vederne la lungimiranza, constatarne una sorta di attualità... La differenza tra mafia e delinquenza "normale" è daallora, dice Attilio Bolzoni nella prefazione, che «la criminalità comune è sempre sopravvissuta ai margini della nostra società ed è sempre stata combattuta dal potere, quella mafiosa invece è sempre stata legata alla nostra società ed è sempre stata protetta dal potere».
Con il risultato constatato da Colajanni, che «i buoni, i timidi si ritraggono dalla vita pubblica, i forti lottano ma debbono subire amarezze indicibili e spesso soccombere». Di mafia e politica si è continuato e si continuerà a parlare perché ben difficilmente questo legame verrà sciolto, troppo importante per la gestione del potere ieri in Sicilia e oggi in tutto il paese. Scriveva Colajanni: «Ai mafiosi più noti si accordarono le armi e la protezione pur di lavorare in favore dei governativi». La rete delle complicità coinvolse parte della magistratura e delle forze dell ordine, dice ancora Colajanni, e anche qui c'è una certa continuità. Il problema dunque rimane e la piaga è ancora aperta né accenna a sanarsi, complice il dislocarsi delle forze di mala sul territorio nazionale e il riciclaggio dei denari sporchi che pervade ogni sistema economico in modi sempre più profondi.
La mafia si è messa i guanti e ha studiato finanza, ma al dunque i suoi metodi non cambiano, ed essendo in continua evoluzione, attenta alle mutazioni economiche grandi e piccole, essa cambia veste ma non sostanza. Ha legami internazionali e profitta adeguatamente delle mutazioni portate dalla globalizzazione, tanto più che in certi paesi ha perfino in mano i governi, nell'ex Urss come in America Latina e altrove. Rileggere Colajanni (che fu tra l'altro all'origine dello scandalo della Banca Romana che travolse Giolitti nei primi anni novanta dell'Ottocento, su cui rifletterono due grandi scrittori come Pirandello, «I vecchi e i giovani», e De Roberto, «L'imperio») è davvero istruttivo: con questa storia si è ancora alle prese, perché tutto cambia ma la sostanza - l'intreccio tra l'economia legale e la criminale - non cambia.
Per venire all'oggi, e alla dislocazione, segnalo alcuni recenti titoli meridionali: presso Rubbettino i romanzi di Gioacchino Criaco sulla 'ndrangheta e i suoi legami sono tra i più utili a capire le radici sociali dei fenomini mafiosi, come quello di Ruggero Cristallo («La mia stessa legge») sulla Sacra Corona Unita pugliese, un passato prossimo che sembra riprender vita più a nord, pur nella solida Puglia di oggi, nella provincia foggiana e nel Gargano, come racconta con troppa enfasi un giudice, Domenico Seccia, in «La mafia sociale» (La Meridiana).

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