Ferrara stanca e smemorata (ferraraitalia.it)

di Giovanni Grappa, del 14 novembre 2018

Ferrara città perfetta? Mica tanto. Piuttosto, città che si trascina, stanca ed estranea, distratta e smemorata. Così è dipinta in ‘CasaperCasa‘, l’ultimo romanzo di Sandro Abruzzese (Rubbettino Editore). Qui si esplora Ferrara, la provincia, il Delta, l’Emilia dei terremoti, il Polesine, in cerca di qualcosa di molto simile alla verità.
Il protagonista – Alessandro – è un insegnante in crisi nera per il fallimento del suo matrimonio, si è preso un anno sabbatico e vaga qua e là annotando quel che sente nel suo taccuino, su consiglio della psicologa. Tocca, annusa, ascolta, scruta, scrive e fotografa. La bocca ha un sapore amaro. Ne viene fuori un diario, un reportage ironico e malinconico, il documento di uno spirito stropicciato. Insieme all’amico ucraino – Giorgio Aggiustatutto – percorre strade, piazze, selciati e terre battute per scovare tracce di senso. Si aggira come una bestia ferita, vuole ritrovare la sua strada smarrita, visita il mondo che è in ogni luogo, e così si imbatte nei suoi spazi, nei suoi luoghi, nelle sue storie, nelle sue genti. Allora c’è gente che si ammazza, o che almeno ci prova. Ci sono gli zingari, i senzatetto col kebab fra i denti che rovistano nella spazzatura, i gitani autentici provvisti di tromba e fisarmonica ma sprovvisti di fascino esotico. C’è l’ex mercato ortofrutticolo con gli ambulanti arabi e i furgoni degli ucraini che consegnano cianfrusaglie ai connazionali. Capita il fallimento della banca cittadina, capitano gli affitti in nero. Capita lo striscione con la sagoma di un ragazzino ricciuto che si dice sia stato pestato dai poliziotti. C’è quel che rimane del Palazzo di vetro, c’è la Città del Fiume, c’è la zona Gad la stazione e il grattacielo, dall’alto del quale si può vedere che in fondo “è un pentagono venuto male, questa città”. Accadono i lavori in nero, i fuoribusta, lo sfruttamento dei nuovi arrivati, le imprese funebri che fanno gli sconticini.

Un momento di sollievo, le terre piane e d’acqua, i tramonti, l’ossigeno tormentato dell’Emilia paranoica dei Cccp, le luci della centrale elettrica, le donne sikh, il fascino di Micòl e dei Finzi Contini, cose belle e forse un po’ tristi, ma di nuovo la realtà – o la parte più rinsecchita di essa – prende il sopravvento, ed ecco persone vestite di verde che portano bandiere bianche con una specie di foglia di Marijuana al centro, sindaci contro certe unioni civili, tizi rasati con una bandiera nera e fiamma al centro. Ecco le barricate contro i profughi, tra barche e vongole. E poi, strani figuri che parlano di onore e libertà, a modo loro. Ecco il Quadrante Est e i suoi rifiuti tossici. Le farneticazioni dei vescovi, la gioia dell’imprenditore che viene a sapere del terremoto dell’Aquila, e poi i quartieri di container.
Bizzarra, la realtà! “Eh sì, proprio un bel siparietto”, potrebbe commentare Alessandro, “uno scherzetto tutto da ridere”.
Ma si può parlare davvero della realtà, in un libro? Come osserva candidamente Giorgio Aggiustatutto, “No solo libro parla di gente, pure vitadigente parladigente, no?”

Siamo al solito dilemma: scrivere, o vivere? Abruzzese prova a scrivere della vita, e lo fa con la forza di chi non ha voglia di aderire alle cose così come stanno, allora cammina tra i vicoli, guarda e parla, tra un sorriso ironico e il mal di stomaco, mezzo Céline mezzo Celati. Lotta tra pesantezza del mondo e leggerezza del pensiero che prova a liberarsi del pensiero, che fa fatica a dimenticare il passato. Perché il passato è difficile da dimenticare. Eppure c’è ancora chi ha il talento di dimenticare il 1943, e la sua notte.
Qualcuno, leggendo il bel libro di Abruzzese, potrebbe commentare: “Allora, se le cose per lui stanno così, perché non se ne torna da dove è venuto, in Irpinia, là sui monti, tra pecore e castagne?”.
A qualcun altro invece potrebbe venire una dannata voglia di uscire per strada e girare, magari casa per casa, cercando di dare forma e nome alle cose. Sforzandosi di aderire il meno possibile a quello che accade, a quello che c’è, a quello che capita, perché se è vero che l’uomo è una canaglia che si abitua a tutto, è anche possibile che sia giunto molto molto vicino al limite.