Fabio Andina, un ticinese da leggere (gas.social)

di Fabrizio Quadranti, del 18 maggio 2019

Il libro di questa settimana è stato scritto da un ticinese, Fabio Andina, e tratta del Ticino. Ambientato in val di Blenio, più precisamente nel paesino di Leonatica, “La pozza del Felice” affascina per 180 pagine eppoi esplode, meravigliosamente, in una finale di quelli rari. Che non vogliamo qui rivelare, basti dire che il giovane autore, classe 1972, riesce in un esercizio assai raro: raggiunge un equilibrio perfetto fra cuore e cervello, razionalità ed emozione.

La storia, neanche a dirlo, è quella del Felice del titolo. Un uomo che vive di poche cose, che parla poco e che è riuscito, all’interno della piccola comunità locale, a creare su di sé un alone speciale. Senza neanche sforzarsi: tutti gli vogliono bene, di più, lo rispettano. Anche nelle sue apparenti stravaganze, come ad esempio, timbro della trasferta in Russia fatta in gioventù, quella di immergersi nella sua pozza di primo mattino tutti i giorni dell’anno. Col sole e con il gelo, con il vento e la pioggia. In un mondo di cacciatori e bracconieri è vegetariano, non possiede elettrodomestici (a dirla tutta neanche una bucalettere!) e frequenta un po’ le osterie. Un personaggio che piacerebbe molto a Rigoni Stern.

A raccontare di lui è la voce narrante che per caso si ritrova ad abitare nella casa poco distante. Un po’ per curiosità ma tanto per ammirazione il cittadino, chiamiamolo così, lo incontra, ne rimane incantato, lo segue e… per finire ne racconta qui le gesta. Perché dietro, anzi: dentro, questo Felice c’è tanta sostanza, uno scrigno vivente che va scoperto giorno dopo giorno. La sua esistenza dai ritmi rallentati ha un suo perché, ed è qualcosa di profondo. Qui ci sembrano chiari i riferimenti ai film di Giorgio Dritti, come “Il vento fa il suo giro”: lo si scrive perché Andina è laureato in cinema.

Ma la forza di questo romanzo non è nella visione cinematografica, semmai documentaristica, ma nella lingua. Ed è qui che il giovane malcantonese fa la differenza. Usa un linguaggio semplice ma preciso (si nota subito come abbia masticato poesia, in special modo quella non aulica, vogliamo dire Pavese, Pasolini ma anche i nostri Nessi e Pusterla) e al non uso di frasi subordinate contrappone una coordinazione accentuata, condita da un lessico colloquiale con tocchi di dialetto di alta classe (il frequente “nem”, cioè andiamo, poi “pocia”, “anderen”, “boascia”, ecc.). Colori ma anche musica, che il lettore apprezza subito in quanto non fine a se stessa ma benzina per il respiro del romanzo, fatto di dettagli di vita quotidiana (all’osteria, in piazza, nel cuore della notte… ) e di sentimenti profondi che la piccola grande collettività assume, non lasciandoli all’individuo: si pensi al dolore di chi ha perso due bambine gemelle… , al pazzerello che non trova terra ferma ma non viene più deriso per il suo eterno girovagare (in un giorno si fa tutti i bar della valle).

Un bel romanzo, importante perché ti fa fare i conti con quella che è la nostra storia (ma chi l’ha detto che questa è un’esclusiva del Consiglio di Stato?) e lo fa con un sorriso fermo. In fondo quella di Felice è una storia di resistenza, e di fiducia nel prossimo. Un bel libro, che qui si consiglia vivamente. Perché una volta finito, lascia tracce importanti.