Europa, ti accuso di inefficienza (Il Sole 24 Ore)

di Paolo Savona, del 06 luglio 2015

Da Il Sole 24 Ore

Nonostante il mancato adeguamento dell'architettura e l'omesso adattamento antideflazionistico della politica, l'euro forse non deflagrerà, né l'Europa si disintegrerà; ma questi gravi difetti di sua costruzione e di gestione dell'Ue si rifletteranno nell'arretramento di alcune aree territoriali, come i Mezzogiorni sparsi per l'Europa. Il costo verrà quindi pagato dalla popolazione in termini di disoccupazione e di benessere e ad esso si sommerà quello della disoccupazione tecnologica, con i pochi ricchi che diverranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
L'Italia ha indossato una pesante corazza di tipo medievale che, per quanto ci è stato detto, avrebbe dovuto proteggerla, ma ha finito con appesantire e paralizzare i suoi movimenti. Abbiamo ceduto sovranità che avremmo potuto usare in modo indipendente, ricevendo in cambio un esercizio peggiore della stessa. Non è stato proprio un bell'affare! La giustificazione ufficiale è che eravamo capaci di gestire bene la nostra sovranità, ma la realtà era ed è che non intendevamo prepararci a farlo cooptando coloro che sarebbero stati capaci di assolvere al compito, per perpetuare il potere dí quei gruppi dirigenti che avevano evidenziato le incapacità che destavano tanti sospetti e delusioni. L'Ue è solo la continuazione del potere di gruppi ristretti e incapaci in altre forme. Con l'appassimento dell'economia europea, appassiscono anche i regimi liberaldemocratici, che sono la base filosofica e politica del benessere di cui oggi godiamo. Friedrich von Hayek giudicherebbe con Karl Popper che l'attuale fase pseudo liberale europea è di tipo «costruttivista», ossia si prefigge di costruire un mondo migliore attraverso l'imposizione di vincoli all'azione, invece di accrescere le libertà dell'individuo e, con esse, l'assunzione di responsabilità; anche noi italiani, pur essendo figli del liberalismo crociano-einaudiano e del comunismo gramsciano, non lo abbiamo capito, né mostriamo attitudine a capire che in questo regime le libertà individuali vengono lentamente, ma inesorabilmente ridotte.
Il pensiero unico, dalle forti caratteristiche aristocratiche/dittatoriali, viene imposto come riferimento dell'organizzazione sociale. L'autoreferenzialità sta divenendo la caratteristica dei gruppi di potere europei ed italiani e, perciò, essa è anche il dramma dell'Unione Europea. Le élite affermano di sapere che cosa deve essere fatto per il bene del popolo. Monti andò a dire a Obama che avrebbe «costretto» gli italiani a cambiare, sbagliando termine, dato che la Costituzione democratica italiana gli permetteva di usare solo il termine «convinto», ma ormai con lui eravamo già fuori da uno Stato di diritto. Renzi ripete quasi ogni giorno questo concetto, evitando di pronunciare le fatidiche parole «me ne frego» di ciò che dice l'opposizione, limitandosi a diluirne le implicazioni con l'affermare «chi non è d'accordo se ne farà una ragione».
Non c'è verso di smuovere da questa posizione i nuovi gruppi dirigenti giovani che si sono affacciati impreparati a un potere logoro con l'entusiasmo di cambiarlo, ma non hanno la competenza necessaria; essi ripetono che il passato tetro è alle spalle e si intravede un futuro radioso, grazie a loro. Nessuna statistica economica, né giudizio dei mercati che vada contro questa interpretazione li induce a riflettere e a consultarsi con chi ha esperienza cercando la collaborazione di tutti.
Forse li ritengono rivali della loro immagine, l'unica, cosa che conta nella politica odierna. Poiché è ancora possibile esprimere liberamente il proprio pensiero, finché dura, non cesserò mai di battermi per una politica economica diversa e ho recentemente lanciato tre J'accuse sui temi di fondo del Paese: quello di aver tenuto acceso il motore delle esportazioni e spento quello dell'edilizia, che è parimenti importante (se non di più); di aver accettato la spaccatura dell'unità d'Italia tra il Nord e il Sud, senza intenzione di porvi rimedio (fine dell'unità d'Italia in nome dell'unità dell'Europa dei mandarini); di aver imposto maggiori tasse per fare maggiori spese invece di sanare il deficit di bilancio pubblico e ristrutturare il debito in essere, approfittando delle eccezionali condizioni monetarie internazionali.
Ho inoltre scritto «Cinque lettere aperte» dirette ai responsabili della politica europea e della sua trasposizione su quella interna: Juncker, Draghi, Visco, Padoan, governo e Banca d'Italia. So bene che i destinatari sono sordi, ma lo scopo era ed è quello di scuotere gli elettori dal loro sonno o dalla loro esaltazione sbagliata per chi li chiama alla lotta sulle barricate. Ho criticato il mancato aggancio della politica monetaria di quantitative easing al Piano Juncker per il rilancio delle opere pubbliche, che da sempre sono lo strumento principe per uscire dalle crisi. Li ho accusati di aver rilanciato il vecchio modello di sviluppo del tipo export-led, invece di sostituirlo con uno basato sui consumi interni, come imporrebbe la presenza di un eccesso di risparmio inutilizzato nella forma di vergognosi avanzi di bilancia corrente con l'estero non solo della Germania e dell'Olanda, ma anche dell'Italia e della Spagna; e di averlo ottenuto anche ricorrendo allo strumento della svalutazione del cambio il cui ricorso frequente da parte di Paesi, come l'Italia, per sanare gli squilibri begging my neighbour (spostando il peso sui vicini), aveva suggerito il passaggio ad una moneta unica. Il mantenimento degli avanzi della Germania e dell'Olanda sono un modo anche peggiore di spostare il peso delle imperfezioni istituzionali sui Paesi più in difficoltà. Con la svalutazione dell'euro si avvantaggiano anche i Paesi che non ne hanno bisogno, come appunto la Germania, che senza l'euro si troverebbero in posizione opposta, quella di dover fronteggiare la rivalutazione della loro moneta fino ad assorbire l'avanzo di bilancia estera.

Di Paolo Savona

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