Enzo Ciconte: vi racconto la vera storia dei briganti ()

di Redazione, del 15 febbraio 2012

Il 12 e il 13 febbraio è andata in onda su Rai Uno la seconda puntata della miniserie “Il generale dei briganti” sulla vita del brigante Carmine Crocco. Il lusinghiero risultato di ascolti realizzato dalla fiction Rai è testimone ancora una volta di quanto il misterioso mondo dei briganti continui a esercitare il suo fascino sul pubblico. Tuttavia sono molti i miti (sia positivi che negativi) costruiti intorno a queste figure, miti che il nuovo libro di Enzo Ciconte Banditi e briganti. Rivolta continua dal Cinquecento all’Ottocento analizza, e in parte aiuta, a decostruire e comprendere.

Il libro, arricchito da una ricca serie di immagini di dipinti (testimoni anch’essi della fortuna dei briganti nell’immaginario collettivo), spiega per esempio come i briganti non siano un mero prodotto del Mezzogiorno ma è possibile vederne la presenza un po’ in tutta la Penisola; ancora, non furono solo tipiche figure ottocentesche, descritte da certo revisionismo unicamente come partigiani antipiemontesi, ma personaggi abbastanza comuni che costellano boschi e strade di comunicazione italiani dal Cinquecento in poi; inoltre si analizza il rapporto tra brigantaggio e mafia dimostrando come tra i due fenomeni non vi sia nesso alcuno, tanto che l’attuale provincia di Reggio Calabria, per esempio, dove la 'ndrangheta è più presente che altrove, non venne interessata dal brigantaggio.


Il libro

Storia di lunga durata. Storie di uomini, e di donne, molto diversi tra loro. Storie di banditi, come venivano chiamati tra il Cinquecento e il Settecento quelli che erano colpiti dal bando, cioè da un decreto di espulsione dalla comunità di cui facevano parte. Il bandito e il brigante non sono prodotti solo del Mezzogiorno perché in tempi diversi li troviamo in Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo, Molise, Lazio, Veneto, Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna. Non sono solo assassini, tagliagole, criminali. Fra loro ci sono nobili, baroni e signorotti locali in lotta con il potere regio; ci sono quelli che in nome del re Borbone o in difesa della Chiesa si battono contro l’occupazione militare dei Francesi; oppure ci sono giovani ribelli che di fronte alle prepotenze, alle offese all’onore, a una ingiustizia si danno alla macchia nella speranza di trovare vendetta o riscatto con le armi in pugno. Raccontare le storie dei briganti significa parlare delle masse contadine povere, senza terra, analfabete che a ogni mutamento politico si mettono in moto sperando di ottenere un pezzo di terra per sfamare la famiglia. Per questo quando non ci saranno i briganti, su quegli stessi luoghi ci saranno i contadini a occupare le terre usurpate da baroni e galantuomini e a chiedere la divisione dei latifondi. Durante tutto il periodo borbonico, dalla cacciata dei Francesi all’arrivo dei Piemontesi, briganti e contadini in lotta si alternano di continuo, prima e dopo il 1848 che è l’anno magico della borghesia europea e delle occupazioni di terre nel Mezzogiorno. Il brigantaggio sarà presente sotto tutti i regimi: borbonico, francese, pontificio, italiano. È una storia imponente che accompagna la trasformazione delle campagne dall’eversione della feudalità alla libera proprietà della terra, la formazione della borghesia, la nascita dello Stato italiano, le varie rivolte delle masse contadine subalterne che saranno strumentalizzate, utilizzate e sconfitte. Atrocità, corpi squartati, teste mozzate esposte ovunque. Crudeltà da tutte le parti. Una repressione cieca, crudele, selvaggia pensa di risolvere problemi, che sono sociali e politici, facendo ricorso alle armi, al carcere, alle fucilazioni indiscriminate. Verranno in urto due mentalità: quella dei militari che vanno per le spicce e che spesso non hanno riguardo per le leggi, e quella dei magistrati che reclamano il rispetto delle leggi anche per i briganti che non devono essere detenuti a lungo senza essere interrogati da un magistrato o, peggio!, uccisi facendo finta che stiano scappando dopo la cattura. L’altra faccia della repressione è la scelta degli stati di venire a patti, di scendere a compromessi, di fare accordi come accade nel Regno delle Due Sicilie dove il brigante calabrese Giuseppe Talarico riceverà dai Borbone una pensione per abbandonare le montagne della Sila, oppure di proporre continue amnistie come succede nella Repubblica di Venezia, nello Stato pontificio e negli stati preunitari: una legislazione ondivaga. Lo Stato moderno – anche quello italiano di nuova formazione – mostra volti ambigui, in apparenza contraddittori, che svelano l’incapacità di fare fronte alla sfida di governare processi complessi come quelli di sviluppare equamente e in modo equilibrato il Nord e il Sud dell’Italia. È un modo di procedere che è rivelatore anche di una componente che mostra disprezzo verso quelle popolazioni e dà una lettura venata di razzismo di quanto accade nelle lontane contrade meridionali. Il dato più inquietante è che il potere politico e statuale ha utilizzato banditi e briganti come instrumentum regni, una forma di governo. Sui briganti c’è un’enorme letteratura. Mancava un libro che raccontasse il filo che lega e che separa banditi e briganti, che mettesse in luce le diverse componenti – politiche, religiose, sociali, di classe, culturali –, che demistificasse falsi miti come quello che i mafiosi sarebbero i figli naturali o gli eredi legittimi dei briganti, e che fosse illustrato con un numero rilevante di immagini che mostrano lo sguardo con il quale la nascente borghesia italiana ed europea ha osservato le plebi meridionali – e laziali – o come la propaganda dei militari italiani ha raccontato la guerra e la distruzione dei briganti. Sfileranno le xilografie dei banditi dei secoli passati, le stampe e gli acquarelli dei briganti d’inizio Ottocento di Pinelli e di altri autori europei impregnati di romanticismo, le prime foto dei briganti catturati o dei cadaveri di quelli uccisi dai militari italiani.

L’autore

Enzo Ciconte è docente di criminalità organizzata presso la Terza Università degli Studi di Roma. È considerato tra i massimi esperti di fenomeni criminali e autore dei più importanti studi sulla storia della ‘ndrangheta.

alt