Einaudi, il liberale che amava i paradossi della concorrenza (Il Giornale)

di Dino Cofrancesco, del 22 gennaio 2015

Da Il Giornale del 22 gennaio

Per i tipi di Rubbettino è uscita una silloge di saggi einaudiani, che vanno dal 1923 al 1941, Il paradosso della concorrenza, a cura di Alberto Giordano, uno studioso al quale si deve la più importante e completa monografia sul Pensiero politico di Luigi Einaudi (Genova, Name 2006).
A leggere a fondo questi scritti che, a parte il primo La bellezza della lotta, sono formalmente delle recensioni -a libri di W.Roepke, di L. Bandini, di Guido De Ruggiero- si resta vivamente colpiti dal liberalismo einaudiano così diverso dalla vulgata mercatista come dalle sintesi liberalsocialiste in auge nelle Università e nei mass media. Il titolo scelto da Giordano è non poco significativo, il paradosso della concorrenza. Esso segna una distanza incolmabile tra Einaudi e i dottor Stranamore di un mercato che non tollera istituzioni che lo tengano sotto controllo, ripetendo l'errore dei teorici ottocenteschi del laissez faire che consideravano «l'economia di mercato (o di concorrenza) come qualcosa di autonomo, che riposa in se stesso, come una condizione di natura che non ha bisogno di nessun sussidio in appoggio e difesa, ed è posta all'infuori della sfera dello Stato». E ancora: «Il paradosso della concorrenza sta in ciò che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita! La corda troppo tesa si rompe. L'uomo, jugulato dalla febbre della lotta, invoca un'ancora di salvezza, qualunque àncora, persino quella collettivistica. Egli sa diperdere qualsiasi liberta, di diventare schiavo del più spaventoso padrone che la storia abbia mai veduto, il tiranno collettivo, che non ha nome, che è tutti e nessuno, e stritola gli individui per ridurli a meri strumenti».
Emergono anche in queste pagine affinità profonde con Tocqueville. Entrambi, Tocqueville e Einaudi, possono considerarsi liberali aristocratici che guardano con profonda inquietudine all'avvento della società di massa, all'egualitarismo livellatore, alla democrazia individualistica. L'orrore che in Tocqueville, in visita a Manchester, suscita il «fiume che trascina le acque sue acque melmose che i lavori dell'industria hanno tinto di mille colori», è lo stesso che prova Einaudi, nelle vicinanze di Chicago, nel vedere i grandi opifici che, al tramonto, si illuminano e «il rosso fiammante e il nero fumigante» evocanti «l'immagine terrena dell'inferno di Dante!». Analoga è, altresì, pur nella consapevolezza rassegnata che non si torna indietro, la nostalgia per i legami che, in passato, tenevano uniti gli uomini e che il prevalere della quantità sulla qualità rischia di spezzare. E come Tocqueville, infine, Einaudi teme la scomparsa dell'individualità, dell'uomo che si fa da sé, senza bisogno di stampelle statali, che affronta virilmente la competizione con gli altri, senza cercare favori illeciti, che costruisce la propria fortuna non per amore della "roba" ma spinto da un impulso creativo. C'è, tuttavia, una differenza non trascurabile tra i due pensatori: i fattori che essi vedono all'opera nella gigantesca trasformazione sociale e culturale della società europea - la democrazia politica per Tocqueville, l'economia di concorrenza per Einaudi - vengono diversamente percepiti. Per il francese, infatti, la democrazia è un processo lento e inarrestabile che trascina gli uomini ben oltre le loro volontà, per l'italiano, l'economia capitalistica, il meccanismo più importante inventato dagli esseri umani nella riproduzione della vita, non è un processo impazzito che cresce su se stesso e in nome della «produzione per la produzione, del consumo per il consumo» assoggetta gli uomini alle cose. «Carattere suo sostanziale è quello di soddisfare ai bisogni degli uomini al minimo costo possibile. L'impresa vive se riesce, riducendo i costi, a fornire beni e servizi ad un prezzo più basso di quello richiesto dai concorrenti. Solo un romanziere perfettamente innocente di ogni esperienza e di ogni notizia dei fatti accaduti può immaginare che gli imprenditori siano spinti dall'assillo di produrre per produrre, di distruggere per produrre ancora. Produrre sì, ma con profitto; il che vuol dire intuire esattamente i bisogni dei consumatori, e magari, antivedendoli bene, sollecitarne la manifestazione; offrire a prezzo più basso dei concorrenti il bene atto a soddisfare quei bisogni».
Einaudi avverte acutamente come altri "profeti della crisi" le contraddizioni laceranti della società moderna ma, a differenza di Benedetto Croce, ritiene che una concorrenza leale garantita dalle istituzioni, possa attivare la democrazia dei consumatori e incrementare il progresso tecnologico e l'inventività umana in modo da compensare la disumanità delle metropoli industriali con una quantità di ricchezze tali da assicurare agli individui spazi sempre più estesi di un ozio operoso. Non è, il suo, il liberalismo di von Mises e di Rothbard ma certo è quello di Raymond Aron, di Nicola Matteucci, di Rosario Romeo e, tra i viventi, di Giuseppe Bedeschi e di Girolamo Cotroneo: studiosi consapevoli della «decisiva importanza di un ambiente etico-giuridico-istituzionale adatto ai principi dell' economia medesima.

di Dino Cofrancesco

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