«È stato davvero Ratzinger a scrivere quel saggio? Ce n'era davvero bisogno?» L'opinione di Svidercoschi, decano dei vaticanisti italiani, sul documento firmato dal Papa emerito (ilsismografo.blogspot.com)

di Redazione, del 12 aprile 2019

Chiesa, liberati dal male!

Lo scandalo di un credente di fronte alla pedofilia

Sgorga una prima domanda, obbligata, dopo aver letto le diciotto pagine e mezzo che il Papa emerito ha scritto per un mensile tedesco sulla “Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali”. E la domanda è ovviamente legata alle precarie condizioni di salute, salute non solo fisica, di Joseph Ratzinger: Ma è stato davvero Benedetto XVI l’autore materiale del lunghissimo testo?
E, se qualcuno potrà rispondere credibilmente di sì, allora bisognerà porsi una seconda domanda: Ma perché lo ha fatto? Perché non si è limitato a trasmettere questi “appunti” a papa Francesco? Il fatto che ne siano stati informati – così è stato detto – sia il segretario di Stato, Parolin, sia lo stesso Francesco, non attenua in nulla la gravità di un gesto che, venuto dopo il summit sulla pedofilia, sarà inevitabilmente interpretato come una critica alle conclusioni del vertice vaticano, se non come un attacco a Francesco.
Oltretutto, a scorrere lo scritto ratzingeriano, non c’è dentro una sola idea nuova, non una sola proposta, sulla tragedia che sta scuotendo la comunità cattolica.
L’analisi, ad esempio. Le origini della pedofilia nella Chiesa vengono fatte risalire alla rivoluzione del 68, alla “cultura della trasgressione”, così come al “collasso della teologia morale cattolica”. E non una parola, invece, sull’esistenza secolare di questa piaga nel corpo ecclesiale. Non una sola parola su quel clericalismo, che, in quanto degenerazione di una autorità, di un potere, è stato ed è tuttora la causa primaria del nascere dei preti pedofili.
Si elogia Giovanni Paolo II, in particolare la sua enciclica sui temi morali “Veritatis splendor” (alla cui stesura, guarda un po’, aveva collaborato il cardinale Ratzinger); ma poi si critica duramente il “garantismo” (inteso come garanzia dei soli diritti degli accusati) che, secondo l’autore dello scritto, dominava negli anni Ottanta (cioè al tempo del Papa polacco). C’è un ringraziamento finale a Francesco, “per tutto quello che fa”; ma poi, di fatto, l’intero testo sembra voler rivedere le “bucce” al recente summit convocato da papa Francesco.
Quindi, qua e là, qualche spruzzatina polemica, qualche particolare ai limiti della decenza. I “club omosessuali” che si erano formati in molti seminari. Il racconto di una chierichetta, che il vicario parrocchiale violava dicendole: “Questo è il mio corpo dato per te”. Oppure, l’affermazione di come, “non molto tempo fa”, la pedofilia fosse “teorizzata come del tutto giusta”. Ma quando? Da chi?
E infine, i soliti rimpianti ratzingeriani, conditi da un forte pessimismo: il fallimento della società occidentale; le Messe ridotte a “gesti cerimoniali”; la Chiesa percepita come “apparato politico”; la perdita progressiva della identità cattolica…
Ma, e si ritorna all’interrogativo iniziale, sarà stato proprio lui, Joseph Ratzinger, a pensare e a scrivere integralmente questo testo? Non c’è già abbastanza confusione nella Chiesa di oggi, per creare altro sconcerto, altri motivi di disorientamento?
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Svidercoschi è autore per Rubbettino del pamphlet «Chiesa, liberati dal male. Lo scandalo di un credente di fronte alla pedofilia»
IL LIBRO
I preti pedofili hanno potuto contare sul silenzio, sulla complicità solidale, e omertosa, di molti confratelli; o, peggio, di vescovi che si sono limitati a soluzioni di comodo. Ma quando è arrivata alla superficie, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, la tragica vicenda è esplosa come una polveriera. E da allora le esplosioni continuano, sempre più forti, di pari passo alla pubblicazione di nuove inchieste, di nuove denunce. Adesso, però, basta! Un credente, attraverso questo piccolo libro, vuole dare voce ai sentimenti – sofferenza, pena, ma anche malcontento, anche rabbia, sì, rabbia – che prova la stragrande maggioranza del popolo di Dio: i laici, appunto. “È stato – scrive l’autore – un gravissimo peccato collettivo della ‘classe’ clericale”. Con diversi gradi di responsabilità, ovviamente, ma un peccato vero, proprio nel senso del vocabolo religioso: per tutte le violenze commesse, per i troppi silenzi su queste violenze, per la lunghezza raccapricciante della durata di queste violenze, e, soprattutto, per il fatto che le prime uniche vere vittime di queste violenze, i bambini, sono sempre venute – molto poco evangelicamente – in secondo piano. Gli ultimi Papi hanno mostrato coraggio, hanno preso decisioni, a cominciare dalla “tolleranza zero” e dalla Commissione vaticana per i minori. E tuttavia, va detto molto onestamente, ci sono state finora troppe parole, e invece pochi fatti. E adesso, dunque, ci vogliono i fatti. Riformando l’intera struttura dei seminari, la preparazione dei candidati al sacerdozio, a tutti i livelli, in tutti i campi, compreso quello della sessualità. Ecco perché bisognerà plasmare un nuovo modello di sacerdote, sganciandolo da quella sacralizzazione del potere che ha addosso e lo rende (o lo fa sentire) onnipotente (con le conseguenze infamanti che conosciamo). Soltanto così sarà possibile estirpare alle radici la mala pianta del clericalismo, del nuovo clericalismo, e avviare coraggiosamente una grande opera: una rifondazione evangelica della Chiesa cattolica.
Gian Franco Svidercoschi, giornalista e scrittore, ha raccontato i grandi eventi della Chiesa cattolica, dal Concilio Vaticano II all’avvicendamento di sette Pontefici. È stato vice direttore dell’Osservatore Romano, e ha collaborato con Giovanni Paolo II nella stesura di "Dono e Mistero". Ha scritto una ventina di libri, tra i quali "Lettera a un amico ebreo", tradotto in venti lingue, e, con il cardinale Stanislao Dziwisz, "Una vita con Karol" e "Ho vissuto con un santo". È stato anche sceneggiatore di due film su papa Wojtyla. Con Rubbettino ha pubblicato "Un papa che divide?" (2018)