Dopo i nuovi attacchi sulla stampa nazionale, Alessandro Orsini replica su Liberal ai suo critici (Liberal)

di Alessandro Orsini, del 19 giugno 2012

È probabilmente dai tempi dei "Versi satanici" di Salman Rushdie che la pubblicazione di un libro non suscitava reazioni così agguerrite com'è accaduto dopo Gramsci e Turati. Le due sinistre di Alessandro Orsini, edito da Rubbettino. È ancora fumante, per esempio, il veemente attacco di pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera lanciato da Angelo D'Orsi. E così, Alessandro Orsini ha deciso di replicare ancora una volta ai suoi critici con un articolo pubblicato da Liberal.


Da Liberal - 14 giugno 2012
Chi di revisionismo ferisce...
La pubblicazione del mio ultimo libro Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubbettino, vedi recensione di Giancristiano Desiderio su liberal del 7 giugno scorso, ndr) ha scatenato una reazione furibonda da parte di quegli studiosi che, per decenni, hanno costruito uno dei più grandi falsi storici del Novecento. «Gramsci - sentiamo ripetere da più di sessant'anni - è stato un esempio altissimo di tolleranza, di amore e di rispetto verso le ragioni di tutti: avversari compresi». Qualcuno ha mai controllato che questa versione dei fatti avesse un fondamento nei documenti? Nessuno, almeno fino al mio libro. Come martelli pneumatici, i veneratori di Gramsci, che erano tutti legati al Partito comunista o, comunque, alla storia del comunismo italiano nelle sue molteplici forme e declinazioni, hanno ossessivamente ripetuto questa falsa verità, trasformandola in senso comune.
Ciò che ho fatto, per la prima volta - scatenando una vera e propria caccia all'uomo - è molto semplice. Mi sono posto una domanda: «Davvero Gramsci era un uomo che educava ad avere rispetto per le idee altrui?». Dal momento che gli intellettuali comunisti avevano letteralmente santificato Gramsci, ho pensato che l'unico modo di trovare una risposta non preconfezionata fosse quello di tornare alle opere di Gramsci che ho riletto - migliaia di pagine - dalla prima all'ultima. Che cosa ho trovato? Decine di brani - e ripeto decine - come questo, pubblicato il 23 marzo 1918: «Per noi - scrive Gramsci - sono volgari le azioni in sé, non le parole. Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio. […]. Noi insomma badiamo all'interiorità, non all'apparenza verbale, e la sostanza cerchiamo qualificare con esattezza e proprietà anche se per ciò dobbiamo adoperare parolacce ed espressioni ritenute volgari». Gramsci si riferiva non a un feroce fascista, bensì ad Achille Loria, un placido professore di economia e socio dell'Accademia dei Lincei. Siccome Loria aveva proposto un accostamento letterario tra Marx e Dante Alighieri, Gramsci riteneva che fosse doveroso insultarlo. Tra i tanti, ricordo un articolo del 5 giugno 1920, in cui Gramsci scrive che la rivoluzione comunista crea uno Stato omicida che - a freddo - organizza l'uccisione degli avversari politici. Testualmente, Gramsci parla dello Stato comunista come di un "presidio" che fornisce «le armi necessarie e sufficienti per sopprimere gli avversari». Nessuna metafora: questa è la teorizzazione dello sterminio di massa, che Gramsci voleva applicare al nostro Paese, trasformandolo in un gigantesco mattatoio. Si badi: queste parole non furono mai sconfessate nei Quaderni del carcere, in cui non esiste alcuna condanna della violenza rivoluzionaria, e dove Marx e Lenin - il fondatore del Terrore sovietico - sono addirittura paragonati a Gesù Cristo e San Paolo (Quaderno VII). Filippo Turati lottò contro Gramsci con tutte le sue forze perché provava orrore per la società sovietica e per il leninismo. La documentazione che ho raccolto è imponente e chi vorrà potrà trovarla nel mio libro. Non si tratta di scritti isolati. Si tratta di una messe di articoli di Gramsci contenenti insulti, offese volgari, violente denigrazioni, calunnie, ridicolizzazioni dei difetti fisici degli avversari, minacce di sterminio, esaltazioni della violenza rivoluzionaria e della dittatura, che coprono un arco temporale molto esteso e che si interrompono soltanto con l'arresto, l'8 novembre 1926. Le mie ricerche hanno messo in enorme imbarazzo gli adoratori di Gramsci. Come reagire? La scelta è stata la denigrazione, l'offesa personale, la demonizzazione veemente. Siccome ritengo che gli insulti siano uno strumento importante per decifrare le culture politiche, ne riporto alcuni. In un articolo di Raul Mordenti, io sono "un poveraccio" che esercita il "terrore" contro Gramsci. Così si è espresso quest'uomo, il quale si rivolge allo spirito di Gramsci con queste parole: «Nel 75° anniversario della tua morte, compagno Gramsci, questo terrore dei nostri avversari nei tuoi confronti rappresenta la testimonianza più evidente della vitalità del tuo pensiero, e anche per questo porteremo quest'anno un fiore rosso sulla tua tomba al Cimitero degli Inglesi, magari sorridendo insieme di questi poveracci che ti attaccano» (LiberaRoma, 28 aprile 2012). Raul Mordenti è presidente di un corso di laurea in Giornalismo nella mia amata Università di "Tor Vergata", dove, per fortuna, vi sono anche eccellenti studiosi di Gramsci.
Angelo d'Orsi, invece, ha scritto che, se Turati fosse vivo, mi tirerebbe un "pugno" in pieno viso (Historia Magistra, n. 7, 2011, p. 9). Ha poi aggiunto che i miei studi «suscitano orrore e raccapriccio» (lettera pubblicata sul blog della Fondazione Nenni, 21 febbraio 2012); che «il libro di Orsini è una porcheria» e che «Roberto Saviano l'ha fatta fuori dalla tazza» nel lodarmi su la Repubblica (in intervista ad ArticoloTre, 29 febbraio 2012). Ho trovato divertente che Angelo d'Orsi abbia opposto ai miei studi il fatto che «Orsini è giovane» e ha un viso «imberbe» (Sette, 7 giugno 2012). Una barba incolta modificherebbe ciò che Gramsci scrisse? Hanno riso anche dagli Stati Uniti, dove uno storico di fama internazionale mi ha scritto: «Caro Orsini, ho letto l'ottimo libro su Gramsci e Turati, e sto seguendo il dibattito. Ma in Italia sono impazziti? Cos'è? Una specie di crisi isterica collettiva?». Ma la cosa più divertente di tutte è stato l'accanimento contro un refuso - presente nella prima edizione del mio libro - dovuto al correttore automatico di word, che ha trasformato "Loria" in "Loira". Ebbene, qualcuno è giunto ad affermare che avrei scambiato un fiume della Francia con Achille Loria: «Orsini è talmente ignorante che pensava che Gramsci si riferisse a un fiume della Francia, piuttosto che al professor Loria!». Giuro di non avere mai pensato che Gramsci avesse fatto un viaggio in Francia per prendere a parolacce un fiume. Però ringrazio chi l'ha scritto perché mi ha fatto ridere.
Si badi: non sto parlando di blogger anonimi. Sto parlando di dottorandi di ricerca, ricercatori, cultori della materia, ma, soprattutto, sto parlando di professori che insegnano nelle Università, che dirigono riviste accademiche, editorialisti di importanti quotidiani, presidenti di corsi di laurea, direttori di istituzioni culturali, come Guido Liguori - presidente dell'International Gramsci Society Italia - il quale ha offerto ai lettori due sole possibilità: o sono un ignorante o sono un disonesto (Sette, 10 maggio 2012). Persone che dovrebbero insegnare ai propri studenti il valore del rispetto delle idee altrui e il rifiuto dell'attacco personale (che è severamente proibito in tutti gli ambienti scientifici degni di tal nome). Si è trattato di un processo di demonizzazione, di cui ringrazio perché le demonizzazioni, in una società libera, fanno ridere (ma fanno piangere nella società della Gpu idealizzata da Gramsci!).
Gramsci è un teorico politico di tutto rispetto, che occorre studiare, ma è anche un uomo che, per tutta la vita, Quaderni compresi, venerò Lenin e indicò nella società sovietica un modello di ci- viltà superiore, pur avendo conosciuto il terrore bolscevico durante il suo lungo soggiorno a Mosca, dove riceveva protezione dalla sanguinaria e violentissima Gpu, come lo stesso Gramsci scrive in una sua lettera alla moglie del febbraio 1923. Nonostante gli attacchi ad personam, il mio libro è esaurito in tre mesi e Rubbettino ha pubblicato una seconda edizione, in cui ho aggiunto nuovi violenti scritti di Gramsci che documentano, ancor più ampiamente, la sua pedagogia dell'intolleranza. A questo punto, i gramsciani ortodossi, colmi di livore, hanno scelto un'altra strategia, che è anche la più disperata: denigrare Orsini, cercando di distruggere la sua immagine pubblica, senza citarne il nome «per rispetto verso i lettori» (così scrivono!). È accaduto in alcuni articoli di Raul Mordenti e di Angelo d'Orsi, che confermano in pieno le mie tesi sulle due sinistre. Vi è la sinistra che si richiama a Turati, la quale ha cercato di coniugare la cultura socialista con la cultura liberale. E vi è una sinistra profondamente intollerante, che crede nel valore pedagogico della violenza (quantomeno nella violenza verbale che, di certo, non frena quella fisica). Una sinistra che cerca di sopprimere il libero confronto delle idee attraverso la denigrazione veemente, ma anche attraverso la gestione dei concorsi universitari, in cui la valutazione ideologica sovrasta quella scientifica. Domandatevi quali siano le possibilità di carriera di un giovane studioso che si richiami ai miei studi, nel caso in cui abbia la sventura di essere valutato da professori come d'Orsi, Mordenti o Liguori.
Ma vi è stato anche un altro "spettacolo" che vale la pena richiamare: i gramsciani ortodossi, mentre mi offendevano, hanno preso a complimentarsi tra di loro, ammantando di scientificità uno scambio di cortesie tra amici. Luciano Canfora, ad esempio, rilasciava un'intervista per dire che d'Orsi è un ottimo studioso (il Fatto, 24 maggio 2012) e d'Orsi replicava con una lode sperticata a Canfora, definito, addirittura, «il principe dei classicisti, maestro della filologia storica» (La Stampa, 3 giugno 2012). I lettori, poverini, non sanno che Canfora, Liguori, Mordenti e d'Orsi fanno parte dello stesso gruppo politico-accademico- ideologico, e magari pensano che gli attacchi al mio libro, e le lodi sfacciate che si rivolgono, abbiano un fondamento scientifico. In un suo editoriale contro di me, d'Orsi spiega che la comunità scientifica è una "milizia intellettuale" addestrata a condurre "battaglie culturali"(Historia Magistra, n. 7, 2011, p. 10). Si presti attenzione alle parole con cui d'Orsi chiude la sua reprimenda: «Scrittori (e scrivani), attenti: nulla rimarrà impunito!» (che poi era uno slogan molto in voga negli anni di piombo). Una "milizia intellettuale" è un gruppo di militi fanatizzati, non di scienziati aperti al confronto delle idee. Il celebre filosofo della scienza Thomas S. Kuhn spiegava - nel suo splendido libro su La struttura delle rivoluzioni scientifiche - che molti scienziati trascorrono le loro esistenze a forzare i dati della realtà per farli rientrare nei loro schemi precostituiti, o "paradigmi". Questo lavoro ripetitivo li rende spesso intolleranti verso le teorie scoperte dagli altri. La ragione è facilmente intuibile: chi ha dedicato una vita intera a dimostrare che Gramsci era un uomo democratico e tollerante vive come un fallimento esistenziale la scoperta, basata sui documenti, che la cultura politica di Gramsci era violenta e liberticida. Non è un problema scientifico. È un dramma psicologico.

Di Alessandro Orsini