Don Luigi va alla guerra (Repubblica )

di Redazione, del 30 gennaio 2013

Da Repubblica del 30 gennaio 2013

«La Chiesa di Spagna, che avrebbe potuto fare opera di pace, si è schierata in maggioranza con una parte quasi dichiarando una Crociata o Guerra Santa. Dalla stessa parte stanno latifondisti, industriali, classe ricca, che hanno le maggiori responsabilità dell’abbandono della classe operaia in mano ai sovversivi, per avere avversato ogni riforma sociale, portata in nome del Cristianesimo, degli insegnamenti di Leone XIII e del movimento della democrazia cristiana». Scrivendo da Londra, il 18 febbraio del 1937, al giovane intellettuale cattolico catalano Ramon Sugranyes de Franch, don Luigi Sturzo (1871-1959) riassumeva l’essenza delle sue opinioni sulla guerra civile spagnola scoppiata con il pronunciamento militare nel luglio del ’36. Le posizioni antifasciste del fondatore del Partito popolare, assai differenti da quelle assunte dal clero di Spagna e dal Vaticano del pontefice Achille Ratti (Pio XI), inizialmente titubante e orientato a scongiurare il proseguimento delle ostilità, ma poi schieratosi palesemente con il franchismo, erano note da tempo. Impegnato a confutare la tesi delle gerarchie della Chiesa, che vedevano nel golpe di Francisco Franco una giusta reazione alle violenze dell’estrema sinistra nei confronti dei cattolici, si diede da fare in prima persona affinché un’iniziativa internazionale mettesse fine al conflitto. E cercò fino all’ultimo, come ricordava in una lettera del 12 ottobre del ’36 al giornalista Jaume Ruiz Manent, di mettere in opera «tutto lo sforzo che in pochi facciamo, per disimpegnare la Chiesa dalla maledetta guerra civile». L’opposizione al franchismo lo portò a polemizzare con il Vaticano e con L’Osservatore Romano, come quando, il 28 giugno del 1938, scriveva all’amico Alfredo Mendìzabal che difficilmente la Santa Sede avrebbe accettato di intervenire per negoziare una soluzione pacifica: «Io non credo che il Vaticano accetterebbe. Là ci sono molti che contano sulla vittoria di Franco».

Il pensiero di Sturzo sulla guerra di Spagna, la lucida consapevolezza delle conseguenze che la vittoria di Franco avrebbe comportato per le sorti della democrazia europea, così come l’attività svolta nei comitati per la pace e la frattura creatasi nell’universo cattolico su quelle vicende, emergono con forza dal libro Luigi Sturzo e gli amici spagnoli. Carteggi (1924-1951). Curato dallo storico Alfonso Botti, autore della esauriente introduzione, arricchita dalla consultazione dei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, il corposo volume è stato pubblicato da Rubettino nell’ambito della collana dedicata all’opera omnia del sacerdote e uomo politico siciliano voluta dall’Istituto Luigi Sturzo; viene presentato oggi a Torino (alle 16,30, a Palazzo d’Azeglio) dalla Fondazione Luigi Firpo e dall’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini. La parte più consistente delle circa 550 lettere, scambiate durante quasi un trentennio con i 37 corrispondenti spagnoli, riguarda il conflitto che insanguinò il paese iberico, prova generale della Seconda guerra mondiale, e che lacerò al suo interno il cattolicesimo, come Sturzo rammentava il 16 novembre del ’37. Entrando nel merito di un attacco dell’Osservatore Romano contro un articolo de La vie intellectuelle, attribuito al filosofo Jacques Maritain, affermò: «Tutto ciò è grave ed è penoso [...]. Il Vaticano è preoccupato dello stato d’animo di molti cattolici contro la sua politica pro Mussolini e pro Franco».

Don Sturzo non lesinò le critiche alla politica antireligiosa di settori della Repubblica di Spagna e all’impotenza delle nazioni democratiche come la Francia e la Gran Bretagna. Tuttavia non ebbe timore di denunciare quanto Pio XI avrebbe dovuto fare e che, invece, non fece. In un articolo del 9 dicembre del ’36, replicando alle critiche verso un suo scritto sul giornale Popolo e libertà mosse dall’Osservatore Romano, precisò infatti che «il santo Padre nel suo discorso parlò ai profughi spagnuoli come loro padre e confortatore, deplorò, deprecò, diede la sua benedizione agli uni e anche agli altri, ma quel discorso non era diretto ai capi delle due parti con lo scopo ben preciso di far cessare la guerra», a differenza di quanto aveva fatto Benedetto XV contro «l’inutile strage» della Grande Guerra. Annota Botti che «il riferimento alle note parole di Benedetto XV lasciava e lascia supporre che era proprio alla necessità di un appello papale a favore della cessazione delle ostilità che Sturzo alludesse. Appello che, come si è visto, era stato nei propositi del pontefice, che però, l’aveva poi lasciato cadere».

Gli sforzi di don Sturzo, l’impegno nel comitato britannico (e non solo in questo) per la pace, furono purtroppo inutili. Rimane il valore della sua testimonianza cristiana, morale e politica. Nel prevedere il successo dei falangisti, il 25 dicembre del ’37 scrisse a Jaume Ruiz Manent: «Uno Stato cristiano come effetto di una guerra civile costruito da coloro che ne hanno le mani insanguinate prima, non è concepibile. [...] Essi non comprendono che Dio permette il male per trovare il bene; ma noi non possiamo chiamare bene quel che è male e resta male, anche se permesso da Dio». Il 12 ottobre del medesimo anno aveva sostenuto: «Anzitutto, bisogna convincere che la dottrina cattolica condanna la rivolta militare. Quei cattolici che l’hanno istigata, ispirata, favorita (siano anche preti, gesuiti e vescovi) hanno agito contro gl’insegnamenti della morale cattolica».

 
DI MASSIMO NOVELLI