Delfino o squalo? Il doppio volto del vero traditore (Il Giornale)

di Giordano Bruno Guerri, del 18 febbraio 2015

Da Il Giornale del 18 febbraio

In un mondo dominato dalla complessità e dalla specializzazione tecnica, il leader deve saper delegare, una delle sue capacità di azione consiste nella capacità di scegliere gli uomini migliori per ogni ruolo, apparentemente rinunciando a parte del suo potere, però in realtà indirizzandolo verso le competenze specifiche dei collaboratori.
Il problema, dal punto di vista del leader, è che scegliendo i migliori collaboratori, contribuisce a preparare i futuri antagonisti, il futuro Bruto che sostituirà Cesare, anche se in maniera non violenta. Il delfino che si prepara alla successione è un convitato di pietra pronto a pretendere il posto del leader. Usualmente il migliore dei ministri diventa il primo antagonista, il motore del complotto contro il capo nel futuro prossimo. Il migliore ministro si prepara a diventare il peggiore avversario per chi vuole rimanere aggrappato al potere. È uno scenario da teatro elisabettiano, un ritratto da complotto tardo rinascimentale, Shakespeare e Machiavelli. «Poter fare aperta guerra ad uno principe - scrive appunto Machiavelli, nel Principe - è conceduto a pochi, il poterli congiurare contro è concesso a ciascuno». La sua ammirazione verso il Valentino - spiega Alessandro Campi in un bel saggio contenuto nel volume Rubbettino che raccoglie gli scritti di Machiavelli Sulle congiure - viene anche dalla constatazione che «Si ha a fare qui con un principe che si governa da sé», ovvero che non si fida nemmeno dei suoi collaboratori, che tiene segreti a tutti i suoi pensieri. Ma anche in Robert Greene, il popolare Machiavelli applicato alla nostra vita quotidiana, le prime due fra Le 48 leggi del potere (Baldini&Castoldi) sono: «Mai oscurare il Capo» e «Non fidatevi troppo degli amici».
Nello Stato assoluto si nasceva re e non c'era da temere rispetto alla discendenza divina. Un Richelieu poteva anche sottrarre tutto il potere effettivo e amministrare lo Stato per conto del re, ma non avrebbe potuto togliere la corona al sovrano. Il re cooptava i suoi collaboratori tra una cerchia di cortigiani e nobili già appartenenti a una cerchia a lui vicina, mentre i governanti di oggi scelgono i propri collaboratori seguendo un criterio non di status, ma di schieramento politico e di fedeltà di corrente: si tratta di un legame molto più labile, per cui l'alleato politico, anche l'uomo all'interno del suo stesso partito, può cambiare idea e ribaltare le proprie convinzioni sia per un cambiamento di opinioni sia per una strategia di potere. Da qui la grande attenzione che il capo deve porre nell'evitare di essere sbalzato non solo dagli avversari, ma anche dai suoi più stretti alleati e collaboratori.
È fondamentale per un leader avvalersi di uno staff di talento e fiducia: l'eminenza grigia, il consigliere del leader è colui che, pur possedendo un grande talento, non ambisce a scalzare, a sostituire il capo. Rappresenta un contraltare di obiettività e coscienza critica di cui il leader non può fare a meno. È quasi un super-io freudiano per interposta persona.
Spesso il potere, soprattutto nella fase del tramonto, dello spegnersi di una stella attorno a cui gravita una galassia, diviene il proprio stesso fine, e nel tempo si trasforma in un buco nero che assorbe tutta l'energia cosmica. Il potere è auto-centrato, immanente e autoreferenziale, tendenzialmente autoconservativo. Mussolini per esempio è il paradigma del leader senza consiglieri, perché non fidandosi di nessuno, a certo punto - come accade a quasi tutti i dittatori e a molti governanti - perse il senso della realtà, in assenza di una sincera coscienza critica al suo fianco.
Nel mondo anglosassone è evidente chi vince le elezioni, e il ricambio è previsto nella prassi costituzionale senza grandi problemi di legittimazione. Da noi invece è una caratteristica ricorrente nella storia il problema della congiura di palazzo, del Gran consiglio, dei defenestratori. Ma anche il trasformismo e i ricambi apparenti di cido politico rappresentano il moto di indifferenza e di rifiuto di una classe dirigente anarcoide e spesso incapace di stare al passo con lo spirito dei tempi e della trasformazione. In Italia non è ancora passato il principio, apparentemente logico e naturale, per cui chi vince le elezioni governa, perché oltre al fatto che chi perde non si rassegna, c'è anche la complicazione delle lotte intestine, del fuoco amico. In fondo tutti gli ultimi governi sono caduti più per il fuoco amico che per una dialettica parlamentare e un atto formale di sfiducia. La congiura, appunto.

di Giordano Bruno Guerri

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