De Gaulle e la lezione all'Italia (Il Sole 24 Ore)

di Stefano Folli, del 22 aprile 2013

Da Il Sole 24 Ore del 21 aprile

Per una fortunata o comunque singolare coincidenza, il nuovo libro di Gaetano Quagliariello sul generale Charles De Gaulle è stato pubblicato da Rubbettino poco prima che il Parlamento cominciasse a votare sul nuovo presidente della Repubblica. Ed è giocoforza riflettere sui meccanismi istituzionali che in Francia hanno prodotto la Quinta Repubblica e da noi invece rendono infinita la transizione seguita alla caduta della Prima Repubblica e mai sfociata in un assetto realmente definitivo. Del resto, il paragone è proposto in modo esplicito nel titolo. A differenza infatti delle precedenti opere di Quagliariello su De Gaulle e il suo tempo, che si possono considerare vari anelli della stessa collana, questo volume ripropone, arricchendoli, i temi trattati in passato, ma con una novità: un lungo saggio introduttivo intitolato Quel che De Gaulle mi ha insegnato della storia d'Italia. Qui le vicende politiche delle due nazioni nel dopoguerra sono poste in parallelo, così che il lettore può cogliere alcune analogie, ma soprattutto le profonde differenze che hanno sancito, dal punto di vista politico-istituzionale e in particolare sotto il profilo costituzionale, la storia francese e quella italiana. Naturalmente lo sfondo del saggio è costituito dal protagonismo del generale, l'uomo che dal 1940 e fino al suo ritiro dalla vita pubblica nel 1969, ha dominato la scena francese e in un certo senso europea. La Francia gollista è costruita, si può dire, intorno all'elezione diretta del capo dello Stato, all'interno di un quadro di garanzie ben strutturato. Come scrive Quagliariello, con l'elezione diretta introdotta nel '62 «il partito diviene l'agenzia della diffusione del carisma (presidenziale, ndr), strumento indispensabile per conquistare lo Stato e fucina di classe dirigente che poi avrebbe coadiuvato il presidente nei compiti di governo». C'è un richiamo all'intuizione di Max Weber, che accompagna questa evoluzione del partito politico, anche in relazione all'avvento dei nuovi "media". Dal partito ideologico al partito fondato sull'immagine e di conseguenza sul carisma personale. La Francia gollista avvia peraltro un percorso che oggi è arrivato alle estreme conseguenze per quanto riguarda il peso dell'immagine, il personalismo e lo svuotamento dei vecchi impianti politici. De Gaulle aveva pensato a un sistema organizzato intorno al suo carisma e, come sottolinea Quagliariello, dopo di lui Pompidou a destra e Mitterrand a sinistra sono stati i veri artefici «di questa rivoluzione nel campo dell'organizzazione politica». Viceversa la nostra esperienza in merito è stata ed è disastrosa. Il carisma di Berlusconi, la personalità a cui Quagliariello ha dedicato le sue energie politiche, essendo egli un autorevole parlamentare del Popolo della Libertà, non è in alcun modo paragonabile alle Brandì figure citate nel libro. Non tanto per i suoi noti comportamenti stravaganti, quanto per l'inconsistenza del disegno istituzionale. Il carisma di De Gaulle e dei suoi continuatori ha permesso di edificare e consolidare la Quinta Repubblica. Il carisma, chiamiamolo così, di Berlusconi ha semplicemente accompagnato il declino italiano, salvo brevi eccezioni. Declino di cui non è lui solo il responsabile, certo. Le tristi vicende politiche degli ultimi anni, culminate sul piano simbolico con l'estenuante corrida parlamentare di questi giorni per il Quirinale, suggeriscono amare considerazioni. Ma chi invoca l'elezione diretta del presidente della Repubblica, magari non a torto, dovrebbe saper proporre un progetto organico di riforma della Costituzione e del meccanismo elettorale. Quagliariello sa bene di cosa si tratta, come testimoniano la rilevanza dei suoi studi gollisti. Tanti altri parlano senza conoscere la storia delle istituzioni e il prezzo di certe scelte. A essi il volume è raccomandato

Di Stefano Folli