Dal Corriere della Sera la replica di Alessandro Orsini ai suoi critici ()

di Redazione, del 27 aprile 2012

Alessandro Orsini, dal “Corriere della Sera”, replica ai suoi critici: “Esiste una verità storica su Gramsci e Turati che le ideologie non possono nascondere per sempre”
Ormai da mesi, il libro di Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, disponibile in libreria e in ebook, mantiene vivo un dibattito molto appassionato. Lo studio di Orsini ha ricevuto il plauso di storici autorevoli e centinaia di lettori. Il Presidente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo ha invitato a utilizzare gli studi di Orsini nelle scuole italiane per la formazione delle giovani generazioni alla cultura della nonviolenza e al rispetto degli avversari politici; mentre il Presidente della Fondazione Matteotti – Angelo Sabatini – ha parlato di un libro “importante”.Tuttavia, non sono mancate le critiche. L’ultimo commento negativo al lavoro di Orsini è apparso su “Sette” – il settimanale del “Corriere delle Sera” – da parte di Guido Liguori, Presidente dell’International Gramsci Society, il quale ha parlato di un libro “sconcertante”. “Sette” pubblica la replica di Orsini, che riportiamo di seguito:



Caro Direttore,
i documenti dicono che Gramsci, fino al giorno in cui fu libero di partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a cazzotti in faccia. Il 5 giugno 1920, negò il diritto alla vita degli avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione. Contro i critici della violenza bolscevica, era solito riversare una valanga di insulti, come confermano le sue offese ai riformisti che avevano definito il metodo bolscevico “moralmente ripugnante” (28 agosto 1920). Per Gramsci, Turati era un uomo spregevole. In una lettera a Palmiro Togliatti del maggio 1923, dichiarava di voler distruggere tutto ciò che il riformismo rappresentava. Il primo settembre 1924, Turati è “un semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato sette volte con disprezzo immutato. Il 28 agosto 1924, Giacomo Matteotti è definito, sprezzantemente, un “pellegrino del nulla”, per avere sprecato la sua vita politica dietro il riformismo. Tra il 21 luglio e il 18 agosto 1925, Gramsci si confrontò con il riformista Treves, il quale denunciava la soppressione della libertà di stampa in Russia. Gramsci difese energicamente quel tipo di società, che amava, pur essendo consapevole dell’esistenza della GPU e delle sue funzioni, come emerge da una precedente lettera del febbraio 1923 scritta da Mosca. Treves continuò a denunciare le violenze dei bolscevichi. Gramsci, privo di argomenti, lo offese sul piano personale: “Treves è un impostore”; “Treves è un povero imbroglione”. Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno della sua morte, si limitò a ripetere ciò che Gramsci aveva sempre detto: Turati è un essere ributtante.
Anche in carcere, Gramsci non sconfessò mai i principi che aveva posto alla base della sua pedagogia dell’intolleranza: impossessarsi delle menti dei giovani per educarli a concepire l’esistenza di una sola verità, quella marxista-leninista. In una lettera che Gramsci scrisse alla moglie per esporre il suo punto di vista sull’educazione dei figli (30 dicembre 1929), emerge la stessa concezione pedagogica che precede l’arresto: l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e la violenza, se necessario.
Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio. I bambini – scrive Gramsci – ricevono la comunione a sette anni perché la Chiesa cattolica ritiene che questa sia l’età migliore per gettare le basi della loro identità religiosa. I genitori comunisti avrebbero dovuto agire seguendo lo stesso principo catechistico. Per questo motivo, chiese alla moglie di esercitare il suo “potere coercitivo” sul figlio e di “impressionarlo” rivelandogli che il padre era in prigione per amore del comunismo. Gramsci ebbe una cocente delusione quando seppe che Giulia si era rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene” per evitare una profonda sofferenza psicologica al bambino. Gramsci, risentito, ricordò alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari” che giudicava in contrasto con le esigenze dell’educazione comunista finalizzata all’indottrinamento delle menti.
Il mio libro – frutto di un lavoro di scavo durato un decennio − contiene un’ampia documentazione a sostegno della tesi che Gramsci fu un teorico della pedagogia dell’intolleranza.
Qualcuno ha sostenuto che la guerra di posizione, teorizzata nei Quaderni, dimostrerebbe la tolleranza di Gramsci, il quale propose di conquistare il potere attraverso una guerra culturale. Ricordo che il fine della guerra di posizione è l’instaurazione della dittatura del Partito unico e non la creazione del socialismo turatiano basato sul pluralismo dei partiti, il rispetto degli avversari politici e il diritto all’eresia. Nei Quaderni non vi è alcuna condanna etico-politica della violenza. Gramsci accantonò la violenza rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo − come aveva affermato Turati − ma perché, dopo una serie impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i “due” Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico uccidendo gli avversari. Il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito unico occupando la mente di migliaia di persone.
Caro Direttore, il mutamento di prospettiva nella comunità scientifica richiede tempo. Talvolta, occorre sopportare anche gli attacchi scomposti e la denigrazione. Ma i documenti storici posseggono una verità che nessuna ideologia può nascondere per sempre.

Alessandro Orsini