Dal centrismo degasperiano le riforme sociali (La Sicilia)

di Redazione, del 29 aprile 2013

Da La Sicilia del 25 aprile 2013

Giuseppe Bedeschi, professore emerito di Storia della filosofia nell'Università di Roma e voce di punta nell'ambito del liberalismo contemporaneo, rimedita sui nodi fondamentali della vicenda italiana nel saggio «La Prima Repubblica (1946-1993) », sottotitolo «Storia di una democrazia difficile» (Rubbettino, pp. 352, euro 10). Professor Bedeschi, come valuta l'esperienza degasperiana? «Nel mio libro ho rivalutato il "centrismo" degasperiano, che nella maggior parte della storiografia sulla Prima Repubblica viene svalutato come un periodo di mera "conservazione" e di stagnazione: si vedano i libri di Giuseppe Mammarella, di Francesco Barbagallo ecc. In realtà il "centrismo" degasperiano è stato un periodo di grandi interventi e di grandi riforme sociali».
Può esemplificare? «Basti pensare alla riforma agraria, che eliminò gli agrari meridionali dalla classe dirigente del Paese; alla Cassa per il Mezzogiorno, che creò un numero assai elevato di infrastrutture; alla trasformazione dell'industria siderurgica sotto la direzione dell'ingegnere Oscar Sinigaglia; alla creazione dell'ENI; alla liberalizzazione degli scambi con l'estero con l'abbassamento dei dazi: prowedimento coraggiosissimo che permise all'industria italiana di usufruire delle più moderne macchine e attrezzature; il piano INA-case di Fanfani. Tutto ciò pose le premesse del "miracolo economico" caratterizzato da crescita straordinaria: all'inizio degli anni Sessanta la produzione era più che raddoppiata rispetto al decennio precedente, mentre l'occupazione agricola si era ridotta dal 40 al 25%».
Perché il Pci non è riuscito a diventare un partito socialdemocratico? «Nonostante i suoi trionfi elettorali, il PCI non riuscì mai a diventare un partito socialdemocratico: la sua base, i suoi dirigenti di ogni livello, erano stati allevati nel culto dell'URSS e del marxismo-leninismo. Nonostante alcuni seri "strappi" che il PCI e Berlinguer fecero da Mosca (condanna dell'invasione della Cecoslovacchia, rivendicazione delle libertà civili e politiche contro il totalitarismo sovietico), il PCI non diventò mai un partito pienamente occidentale. Berlinguer parlò di una "terza via", né sovietica, né socialdemocratica: una via molto fumosa, che postulava la "fuoriuscita dal capitalismo". Perciò, dopo gli insuccessi elettorali verificatisi con la partecipazione del PCI al governo con la DC e con la cosiddetta "solidarietà nazionale", Berlinguer riportò il PCI a una opposizione dura. Continuava così l'anomalia di un PCI partito anti-sistema, che per vari decenni aveva bloccato l'alternanza politica in Italia».
Di Sergio Caroli