Da Gioberti a Manzoni, il Dizionario dei cattolici liberali (La nuova bussola quotidiana.it)

di Maria Gabriella Riccobono, del 12 maggio 2015

Da La nuova bussola quotidiana.it del 12 maggio

La recentissima pubblicazione di un grande Dizionario del liberalismo italiano in due tomi (Rubbettino editore) induce a una rivisitazione dell'avventura cattolico-liberale ottocentesca. Mai il fiore della cultura cattolica umanistica fedele alla Chiesa ha espresso posizioni politiche tanto variegate quanto nel periodo risorgimentale. Per non citare che alcuni tra i maggiori: padre Gioacchino Ventura di Raulica (1792-1861), gesuita e poi, dopo la soppressione di quest'ordine, teatino, i sacerdoti Vincenzo Gioberti (1801-1852), piemontese, Antonio Rosmini (1797-1855) nato in Trentino e piemontese di adozione, Raffaello Lambruschini (1788-1873) toscano di adozione, lo studioso e scrittore dalmata Niccolò Tommaseo (Sebenico, 1802-Firenze 1874) e il sommo scrittore milanese Alessandro Manzoni (1785-1873) si impegnarono a vario titolo in prima persona, durante i moti antitirannici del 1848, in favore della indipendenza, della unificazione italiana e della instaurazione di un ordine politico liberale.
Gioacchino Ventura era stato inizialmente conservatore e contrario alla soppressione del maggiorascato perché lo spezzettamento della proprietà avrebbe dato luogo alla disgregazione della «società domestica»; così aveva di fatto caldeggiato la rendita in luogo della imprenditorialità e del lavoro di tutti, proprietari-imprenditori, operai e contadini. Successivamente, convinto della funzione primaria della proprietà privata (una «donazione» consacrata dal Vangelo — ma «donazione a titolo oneroso»), propugnò gli enti intermedi tra individuo e Stato. Decentralizzare divenne la parola d'ordine. Allo Stato attribuiva soltanto i poteri militare e giudiziario e sosteneva, felicemente, i limiti di quello legislativo. Lo Stato non ha il diritto di intervenire sulle società naturali presenti in esso, a partire dalla famiglia, né di ledere i diritti di quelle «famiglie sviluppate» che sono i corpi intermedi né di ostacolare la libertà d'insegnamento. Lo Stato deve limitarsi a vigilare che i Pastori della Chiesa e i Comuni non trasformino l'insegnamento in veleno morale e politico.
Vincenzo Gioberti, leader intellettuale e carismatico del neoguelfismo cattolico, influenzò profondamente il clima del Risorgimento italiano con l'opera Del primato morale e civile degli italiani. Il cristianesimo, di cui la Chiesa cattolica è custode fedele e Roma, sede del papato, centro di diffusione dall'Italia all'Europa intera, sono il vero principio dell'unità italiana. L'Italia deve riprendere la sua missione di civiltà all'interno della storia dell'umanità e anzitutto dell'Europa. Antigesuita e repubblicano, si procurò l'inimicizia degli ambienti cattolici e delle autorità ecclesiastiche più conservatrici. In concreto Gioberti vagheggiava una federazione di Stati italiani che avesse a capo il Papa e della quale il Piemonte (il Regno di Sardegna) costituisse lo strumento secolare, specie ai fini della sicurezza dei cittadini all'interno e della protezione delle frontiere. L'attacco sferrato contro Rosmini nel voluminoso Degli errori filosofici di Antonio Rosmini (1841-43) gli procurò anche l'inimicizia di parecchi cattolici fedeli alla Chiesa, ma favorevoli al costituzionalismo politico e all'iniziativa piemontese. Dopo la repressione delle sollevazioni patriottiche del 1848 (basti pensare alle Cinque giornate di Milano) Gioberti comprese che le sue concezioni neoguelfe erano illusorie: il Papato non si sarebbe messo a capo dell'unificazione nazionale e tale compito spettava al Regno di Sardegna.
Ventura e Gioberti, fino al '48, erano giunti a pensarla all'unisono: solo una confederazione, non una fusione, dei diversi Stati italiani con i loro sovrani legittimi presieduta del Sovrano Pontefice avrebbe garantito, allo stesso tempo, sia la cultura cattolica del popolo sia la tradizione e la storia del Paese. Ventura prese le distanze, molto fermamente, dal progetto piemontese cui era approdato da ultimo Gioberti e dall'accettazione del fatto compiuto di Rosmini. Quest'ultimo fu vicino, con moderazione, alle idee di Gioberti. Su instanza di questo era andato a Roma per proporre a Pio IX un concordato con la Santa sede e stabilire una Confederazione di Stati italiani con a capo il Papa. Pio IX però, nell'aprile 1848, abbandonò la guerra contro l'Austria, motivando la decisione con alte parole: il Papa, capo al contempo della Chiesa universale e di uno Stato italiano con poteva farsi coinvolgere in una guerra contro un altro Paese cattolico. Ancor prima che gli eventi precipitassero, per i moti insurrezionisti di stampo mazziniano che sfociarono nella creazione della Repubblica romana, il regno di Sardegna cominciò a perseguire la politica di separazione tra Chiesa e Stato. Rosmini, come il suo amico Alessandro Manzoni ebbe chiarissimo il nesso che rende indisgiungibili la proprietà privata, la libertà economica e le libertà delle singole persone (libertà religiosa, libertà di espressione, uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge). La proprietà privata è l'esatto contrario di quel che andavano dicendo socialisti ed economicisti puri: essa è uno strumento di difesa della persona dall'invadenza dello Stato. Per altro verso, la Chiesa è il rimedio principale contro la tirannia dello Stato alle libertà civili.
Raffaello Lambruschini predicò che «le istituzioni politiche sono un mezzo e non un fine» e che «L'uso della libertà economica è scuola all'uso della libertà politica». Pedagogista insigne, si impegnò nella diffusione presso il popolo di tecniche agricole atte a migliorare e razionalizzare lo sfruttamento della terra. Collaborò intensamente con l'élite dei liberali toscani cattolici e non (Gino Capponi, Cosimo Ridolfi, Bettino Ricasoli Giuseppe Montanelli e Silvestro Centofanti, questi due ultimi fervidi federalisti giobertiani) che si adoperavano fattivamente per la istituzione di scuole di mutuo insegnamento, d'arti e mestieri, di casse di risparmio, di asili infantili e rivista di stampa periodica. Fu egli pure un federalista affiatato con il Primato di Gioberti, ma spesso fu ingiustamente accusato di essere filo-piemontese.
Niccolò Tommaseo, cattolico fervente e tuttavia proclive al disordine sessuale, legato da amicizia saldissima a Rosmini e a Manzoni, si trasferì nel 1827 a Firenze per lavorare come collaboratore fisso all'Antologia di Viesseux e strinse amicizia con il fiore dei liberali toscani sopra menzionati. Nello scritto Dell'Italia (1835) indicò come possibile soluzione del problema italiano una forma di repubblica federale a base fortemente cattolica, il che lo colloca in una posizione singolare e originale tra l'area del federalismo democratico (il cui maggiore esponente fu Carlo Cattaneo) e il federalismo cattolico di Gioberti. Antipiemontese intransigente, dopo l'elezione di Pio IX si recò a Roma per visitare il Papa. Era mosso, come il suo grande amico Ozanam (fondatore della Società San Vincenzo de' Paoli) dalla speranza di una riscossa popolare sostenuta dal Papa e ispirata dalla fede cattolica. Nel libro Rome et le monde, composto nel 1850 e pubblicato a Capolago nel 1851, afferma coraggiosamente la necessità, per il Papa, di rinunziare al potere temporale e di farsi nuovamente servo di tutti i servi della terra, trasferendosi di popolo in popolo e dedicandosi evangelicamente all'esercizio della carità.
Alessandro Manzoni, di gran lunga il più importante tra i cattolici liberali italiani del sec. XIX, dopo il matrimonio con Enrichetta Blondel e la conversione di entrambi a un cattolicesimo fedelissimo alla Chiesa e tinto di giansenismo, si dedicò con spirito imprenditoriale moderno all'agricoltura, al fine di mettere in valore le eredità pervenutegli, e molto apprendendo dal colloquio diretto con i contadini. Coltivò anche delle specie allora poco usate e studiò con attenzione le «forme di rapporto con fittavoli e operai applicate al suo tempo». Tracce degli studi allora intrapresi sull'economia di mercato si trovano negli appunti contenuti nel quadernetto Dell'economia politica nei suoi rapporti con la religione cattolica, scritti tra il 1818 e il 1823 e nelle memorabili pagine dei Promessi sposi (cap. XII) circa la carestia e gli effetti perversi del calmiere sulla farina e sul pane. Temperamento assai schivo, Manzoni si tenne sempre lontano dalla politica attiva pur non occultando i propri ideali indipendentisti e liberali, bene armonizzati con la sua profonda fede cristiana.
I Promessi sposi uscirono per la prima volta in tre tomi entro il giugno 1827 (edizione Ferrario, antecedente alla revisione linguistica toscaneggiante del 1840-42) e ottennero enorme successo. Per la prima volta assurgono al ruolo di protagonisti della narrativa di livello supremo personaggi del popolo costretti a fronteggiare avversità riconducibili all'assolutismo politico cieco e alle conseguenze efferate di un assetto sociale basato sui privilegi dell'aristocrazia e di altri corpi e caste. L'autore dona risalto, con ironia volterriana, alle barriere sociali, e adombra le virtù della libertà economica e il primo delinearsi della mobilità sociale. Il "gran romanzo" esercitò una influenza enorme, patriottica, indipendentista e politicamente modernizzatrice (all'inglese) sulle coscienze degli Italiani non analfabeti. Contrario alle idee neoguelfe, Manzoni fu favorevole alla soluzione piemontese. Nel 1860 ricevette le visite di Cavour e di Garibaldi. Nel 1861, nominato senatore, partecipò alla seduta del senato in cui Roma fu proclamata capitale d'Italia. L'esempio dato da una personalità ortodossa e moralmente superiore, la quale godeva di prestigio mondiale, contribuì a rasserenare le coscienze dei cattolici italiani al cospetto della "breccia di Porta Pia" e della fine del temporalismo dei papi; e contribuì, per altro verso, a far sì che le voci dei cattolici più legati alle istituzioni politiche di ancien régime, assolutiste se non tiranniche, non avessero il sopravvento nell'ormai variegatissimo panorama del cattolicesimo di tardo Ottocento; pur accusando lo Stato italiano di aver compiuto un abuso illegittimo, le più alte gerarchie ecclesiastiche reagirono a quell'abuso in maniera mite e non tale da creare solchi troppo profondi all'interno dell'unico popolo italiano.

di Maria Gabriella Riccobono

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