Cristina d'Ingiusta bellezza (Mangialibri.com)

di Francesco Clemente, del 23 gennaio 2017

Il 23 dicembre 1984 Cristina Petraglia non si presenta nella chiesa di Sant’Orsola Navigatrice. Non è un giorno qualsiasi perché deve celebrare il suo matrimonio. Il suo promesso sposo, Giacomo Pentimele, quella stessa mattina si sveglia in una casa rurale ubicata in un frutteto, come al solito ritrovandosi mezzo nudo e smemorato, ancora sotto i fumi di una pesante ubriacatura. Di lì a poco, la sua auto è ritrovata in circostanze oscure nei pressi del lago dell’Anarà, un bacino artificiale creato negli anni Venti per la produzione idroelettrica. Il 27 dicembre i media iniziano ad interessarsi del caso, dando risalto alla piccola comunità dove sono accaduti i fatti, non mancando quindi di spettacolarizzare inevitabilmente anche ogni minimo scorcio di quel lago circondato di neve. Nata nel 1955, fra maggio e giugno, Cristina cresce alle pendici di palazzo Ferrari, un ex casa signorile di una stirpe antica di marchesi. Suo padre si chiama Roberto Petraglia: uomo altero, dedito ai sigari e alla famiglia, con uno spiccato senso degli affari. Nel corso degli anni Cristina realizza che la musica è la sua grande passione, per cui decide di diventare una maestra di pianoforte. Ma oltre al talento, è la bellezza il suo biglietto da visita. Una bellezza sconvolgente, un peso che grava su quanti le sono accanto e, inevitabilmente, anche su se stessa…

Opera suadente del giornalista e sceneggiatore Nicola Cosentino, capace di sacrificare coraggiosamente i dialoghi a vantaggio di un incisivo discorso indiretto libero anche per delineare la tipicità dei personaggi della storia, Cristina d’ingiusta bellezza accende pionieristicamente il faro dell’attenzione su quella landa (tutta ancora da scandagliare) che prende il nome di “inchiesta giudiziaria nazional-popolare”, nata negli anni ’80 e continuata successivamente con la forma diabolicamente perfezionata del “serial tormentone” delle efferatezze stagionali. Lo fa però esprimendo uno stile misuratissimo, dove la critica allo spettacolarizzato “dovere d’informazione” traspare senza tendenze sociologistiche preconcette, bensì attraverso abiti, gesti e addirittura cruciali partite di calcio di quel 1984, ancora così lontano dalle angosce del sistema contributivo pensionistico e del terrore dello stragismo religioso. L’inafferrabilità della verità, con sottili allusioni astrologiche, amplificata dalla imperdonabile bellezza della protagonista scomparsa, è il cuore pulsante di queste pagine mature e tormentate, capaci di far ricordare al cinefilo incallito l’atmosfera enigmatica e impalpabile di un film come La morte di Mario Ricci di Goretta, dove la ricerca affannosa della soluzione di un rebus aveva il volto unico e silenzioso di Gian Maria Volontè.