Come si decise una grande guerra. L’Italia dalla Triplice Alleanza al Patto di Londra (lanostrastoria.corriere.it)

di Paolo Soave, del 11 marzo 2019

La decisione di guerra

Dalla Triplice Alleanza al Patto di Londra

“La decisione di guerra. Dalla Triplice Alleanza al Patto di Londra”, è il prezioso contributo, che appare nell’ autorevole collana «Studi Internazionali», diretta da Luca Riccardi, Eugenio Di Rienzo, Luciano Monzali (Rubbettino, € 25,00), con il quale Giuseppe Astuto contribuisce a ricollocare l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale nella più corretta prospettiva storiografica. L’autore ricostruisce la dialettica fra forze politiche, istituzioni e dimensione internazionale dall’Unità in poi, cogliendo i notevoli fattori di continuità, i limiti ma anche gli sforzi intrapresi per collocare il Paese fra le maggiori Potenze europee. La classe dirigente liberale aveva piena consapevolezza della complessità geopolitica del Paese, condizionato dagli equilibri continentali per la sicurezza dei suoi confini e al contempo proiettato nel Mediterraneo per aprirsi una direttrice espansionistica.
Nell’evoluzione di politica interna fra destra e sinistra maturarono con coerenza e ampia condivisione scelte strategiche come quella che portò a sottoscrivere la Triplice Alleanza, unica soluzione per rendere il Paese partecipe degli equilibri continentali e tenere a freno quel nemico ereditario che in tempi non sospetti avrebbe potuto ancora sferrare un colpo risolutivo. Per oltre trenta anni la classe dirigente liberale apprezzò le virtù stabilizzatrici della Triplice Alleanza, mentre l’economia nazionale cresceva anche grazie ai capitali tedeschi. Il diffuso triplicismo sarebbe stato messo in discussione dal processo stesso di crescita nazionale, con l’aspirazione ad esercitare influenze mediterranee.
Uno dei meriti specifici del volume di Astuto è quello di ricordarci la centralità della dichiarazione che il ministro degli Esteri Mancini volle rilasciare poco dopo la stipula della Triplice Alleanza per precisare che in nessun caso gli impegni assunti con le Potenze centrali dovevano intendersi in senso ostile alla Gran Bretagna. Il motto “Sotto i Savoia mai contro l’Inghilterra!”, rappresentò sempre una coordinata della politica estera italiana e avrebbe orientato, ben oltre la decisione di entrare nella prima guerra mondiale, anche gli equilibrismi diplomatici del fascismo. Antonino di San Giuliano, al quale opportunamente l’Autore dedica diverse pagine, incarnò personalmente questa continuità: il nobile siciliano era un giolittiano particolarmente attento, anche per estrazione regionale, allo sviluppo coloniale, ma anche un prudente servitore dell’interesse nazionale, un difensore degli equilibri e del ruolo strategico dell’Italia capace di passare da Giolitti a Salandra.
A San Giuliano si deve l’impostazione che, spinta alle estreme conseguenze da Sonnino, avrebbe portato alla decisione di guerra. Allo scoppio delle ostilità tutte le più alte cariche politiche e istituzionali, partendo dal re, erano consapevoli dell’impreparazione del Paese al conflitto. Nell’analisi del ministro siciliano, nel quale il re confidava, l’impossibilità di sostenere un confronto mediterraneo con francesi e inglesi, prontamente segnalata da Thaon di Revel, di per sè già imponeva la neutralità. Ne scaturì una tensione istituzionale fra Cadorna e il ministro della Guerra Grandi, che si concluse significativamente con le dimissioni del secondo e il riallineamento delle forze armate su posizioni sempre meno tripliciste.
Contestualmente di San Giuliano mise nero su bianco, già nel settembre del 1914, nella bozza del cosiddetto “telegrammone”, poi inviato da Sonnino al nostro ambasciatore, presso la corte britannica, Guglielmo Imperiali, il 16 febbraio 1915, gli interessi nazionali in gioco. Tirando le fila di una partita diplomatica riservata a pochi eletti, che relegò all’imbarazzo e alla frustrazione le ambasciate di Vienna e Berlino ed esaltò il ruolo di Imperiali a Londra, la Consulta cercò di massimizzare la neutralità reclamando l’applicazione dell’articolo 7 della Triplice Alleanza. All’emergere di strenue resistenze da parte di due eminenti politici magiari (Stephan Burian e Rajecz Istvan Tisza) costernati dalla prospettiva di avviare la demolizione dell’impero asburgico cedendo alle richieste formulate da Roma, San Giuliano comprese come per l’Italia si facesse sempre più concreta l’eventualità di una guerra contro quello che era l’unico nemico, l’Austria-Ungheria. Egli già intuiva le future difficoltà con inglesi, francesi e russi, concentrati a sconfiggere il militarismo tedesco e a porre un preciso limite alle rivendicazioni italiane nei Balcani a vantaggio dei serbi. Da questo presupposto, che induce San Giuliano a depennare la richiesta della Dalmazia per non condannare l’Italia a un irredentismo interno che nasce la dissociazione fra gli originari ideali risorgimentali e una politica estera che si fa fredda scienza dell’interesse nazionale.
Non lo comprese ad esempio Imperiali, il quale avrebbe voluto l’abbandono della neutralità prima di entrare nel vivo delle trattative con l’Intesa. Il calcolo razionale culminò con l’avvento alla Consulta di Sonnino, un conservatore fiero antagonista di Giolitti, poco amato dal re per la sua nota rigidità ma in piena sintonia con il capo del governo Salandra e con il suo “sacro egoismo”. Altro triplicista della prima ora, il politico toscano concepì la neutralità come pausa tecnica necessaria a mettere il Paese nelle condizioni di partecipare alla grande mischia che avrebbe dovuto farne una potenza rispettabile e compiuta. Nel frattempo l’Italia avrebbe seguito la “politica dei pegni” senza alcuno scrupolo. Tuttavia cresceva il travaglio fra i partiti e nelle piazze, e Astuto ne da’ conto ricordando che la scissione socialista ebbe molto a che fare con i grandi nodi di politica estera. Significativa a questo riguardo l’evoluzione dei riformisti di Bissolati, che dopo l’iniziale neutralità si spostarono verso posizioni favorevoli all’Intesa e alla guerra contro il militarismo tedesco. Tuttavia lo scontro politico decisivo per le sorti del Paese si consumò tutto fra governo e opposizione giolittiana, sempre più debole nella sua opzione neutralista senza disponibilità a farsi carico del governo, come ha scritto Sandro Rogari.
Lo scontro che si consumò fu pertanto compreso fra il “partito della nazione” di Salandra, sempre più sostenuto nelle piazze e volto a consolidare il Regno e le sue istituzioni, a partire dalla corona, in un destino comune, e i teorici di un sempre più improbabile e sospetto “parecchio” giolittiano. Insomma guerra o rivoluzione, secondo un’interpretazione drammatica e manichea che Giolitti attribuì a Sonnino, accusato di voler salvare i conservatori e la monarchia trascinando tutti in guerra. Astuto dedica pagine di grande interesse al confronto finale fra Giolitti e Salandra, con il politico pugliese capace di trarre profitto dall’indisponibilità del piemontese di uscire allo scoperto e dalla sua fedetà al re.
L’ultimo atto della tragedia fu introdotto dalle dimissioni di Salandra: il re, fino a quel momento rimasto nell’ombra ma parte attiva di ogni mossa governativa, si ritrovò solo e supremo interprete dello statuto albertino che conferiva a lui il potere di trascinare o meno il Paese in guerra attraverso il comando delle forze armate. L’autore sottolinea delicati aspetti psicologici, come l’ansia di Vittorio Emaniele III di rivelarsi all’altezza della tradizione di casa Savoia e il tener fede agli impegni assunti a Londra e ritenuti moralmente vincolanti. La scelta del monarca, che respinse le dimissioni di Salandra, fu pertanto un consapevole sì di guerra, interpretato da Mussolini come la fine del parlamentarismo liberale, da altri come il superamento di una grave tensione con l’arroccamento dell’Italia liberale attorno alla corona. Di certo lo Statuto era salvo e come sostiene Giuseppe Astuto si era giunti al culmine di una dialettica politica segnata da una lunga e costante evoluzione, che avrebbe rimandato al dopoguerra la resa dei conti.