Com'è difficile imparare a dire addio ()

di Redazione, del 30 marzo 2012

Andrea Frezza è scomparso il 29 marzo nella sua casa in riva al mare a Vibo Marina.
“Non so aggrapparmi alla vita. Avrei voluto volare ancora ma, come dicevo, resto qui. Solo. Sperduto. Confuso. Sconfortato. Disperato. (…) chiudo spesso gli occhi per abituarmi all’oscurità della morte. Vorrei sparare agli orologi come i comunardi per azzerare il tempo. Le ultime foglie cadono nell’inverno che raggela la mia anima. Ru’ah, il vento, porta via i miei pensieri, le memorie, la felicità e il dolore. Ancora non so come dire addio ma sento che imparerò presto”.
Si chiude così, con queste parole che ora appaiono tristemente profetiche l’ultimo libro che Andrea Frezza ha voluto pubblicare con Rubbettino, intitolato significativamente con un verso di Rilke “Così viviamo per dire sempre addio”.

Non so, Andrea, se tu abbia imparato a dire addio, forse certe cose non si imparano mai. Del resto era difficile dire addio a una vita vissuta intensamente come la tua. Ricordo con piacere le belle chiacchierate fatte insieme e i tanti aneddoti che amavi raccontare. Di quando giovane studente universitario bussasti a casa Moravia e di fronte al celebre scrittore, un po’ sbalordito e un po’ incuriosito da quel giovanotto temerario, chiedesti tutto d’un fiato: “come si fa a fare lo scrittore?”, o di quando Orson Welles che avresti dovuto sollecitare per affrettarsi a recarsi sul set ti fece sedere a tavola insieme a lui cercando di insegnarti come si prepara un’ottima insalata o, ancora, di Bresson che durante il periodo in cui lavorasti con lui come assistente alla regia fece finta di ignorare la tua esistenza… quanti racconti, quanti ricordi… non si può dire addio così facilmente a una vita come la tua.

Ci avviciniamo alla Pasqua e mi tornano in mente le parole di lamento di Gesù su Gerusalemme raccontate dall’evangelista Luca: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati…” e non posso non pensare alla nostra terra, alla nostra Calabria che uccide i suoi figli migliori con le pietre dell’indifferenza, salvo poi piangerne inconsolabile il ricordo.

È successo così anche a te, Andrea. Morto solo e dimenticato nella tua casetta in riva al mare a Vibo Marina, in questa terra che hai amato profondamente, in quella città nella quale sei cresciuto e che hai voluto in una trilogia di thriller pubblicati con noi ribattezzare “Vi.Va.”, facendo il verso a “L.A.”, Los Angeles, ma scegliendo un acronimo che ti facesse ricordare quella città ricca di cultura e di fermento che avevi conosciuto da ragazzo e che adesso facevi così fatica a riconoscere.

Domani i giornali parleranno a lungo di te e, tutti, faranno a gara a riconoscere i tratti del grande artista, del regista immortale, dello scrittore autentico… Sono sicuro però che tanti complimenti ti faranno scoppiare in una delle tue fragorose risate dei tempi migliori e ti faranno dire (come amavi ripetere) che tu “scrivi libri di consumo, da leggere in treno… non vuoi essere un grande scrittore”.

Eppure, Andrea, se tanta retorica servirà a qualcosa, mi auguro che riesca, almeno adesso, a farti conoscere a quanti finora, più o meno colpevolmente, hanno ignorato la tua opera.

Alla Rubbettino abbiamo sempre creduto che i tuoi libri rappresentano un momento importante e significativo della produzione letteraria della nostra regione. La tua opera ci ha insegnato a conoscere una Calabria finora sconosciuta, lontana dalle ambientazioni neorealiste di gran parte della produzione letteraria locale, ma non per questo meno autentica e ricca di fascino.

Grazie Andrea, grazie per aver voluto condividere con la nostra Casa Editrice un pezzo del tuo cammino artistico, umano e intellettuale. Da parte mia lavorerò perché, finita la retorica del giorno dopo, il tuo nome non torni nell’oblio.

D’altronde come scrivi nel tuo ultimo libro “Se i ricordi sono un dolore, la loro assenza è una fonte di sofferenza ancora più grande”.

Scusami Andrea, ma è veramente difficile imparare a dire addio…

Florindo Rubbettino

(pubblicato su Il Quotidiano della Calabria - 30 marzo 2012)


Andrea Frezza è stato un intellettuale poliedrico e ricco di interessi. Diplomatosi al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, associa l’impegno politico al lavoro di documentarista. Il suo esordio nel cinema è del 1969 con "Il gatto selvaggio", storia di un giovane nichilista (C. Cecchi) che, insoddisfatto degli sviluppi della lotta politica, inizia a uccidere avversari e compagni troppo moderati.
Dopo questo film, profetico nell’indicare la possibile deriva armata della contestazione del ’68, inizia a collaborare con la Rai e con la tv americana.Vive a lungo negli Stati Uniti, dove insegna anche cinema. Nel 1997 gira il suo secondo lungometraggio, "L’ultimo bersaglio", film diseguale su un omicidio il cui movente affonda nel passato dell’Olocausto ebraico.

La sua attività intellettuale tuttavia non si ferma solo al cinema ma spazia con esiti notevoli nella narrativa. Pubblica così i romanzi Le segrete stanze (1978), I giorni dell’inganno (1990), Hollywood in giallo e nero (1994), La luna di Sho-Nan-Ko (1997).

Con Rubbettino ha pubblicato una trilogia di romanzi ambientati a Vibo Valentia – Albergo Paradiso (2006), L’assedio dei quaranta inverni (2007), La cruna della notte (2009) – e il memoir Così viviamo per dire sempre addio (2011) suo capolavoro e testamento intellettuale e spirituale.