Luigi Tivelli
Chi è Stato?
Gli uomini che fanno funzionare l'Italia

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Collana: Varia
2007, pp 226
Rubbettino Editore, Politica, Scienza e teoria politica
isbn: 9788849819137
Un libro molto atteso nella Roma politica
Panorama
“Chi è Stato?”. Chi sono gli uomini che rappresentano al meglio lo Stato e“fanno funzionare l'Italia”? Quale il loro itinerario di formazione umana, intellettuale e professionale? Quali sono gli aspetti cruciali di alcune funzioni chiave dello Stato? Quale è il rapporto tra la carenza diffusa di senso dello Stato, la decadenza della politica, la crisi delle classi dirigenti e la caduta del senso civico?Cosa sta alla base di fenomeni come la guerra alla“Casta” e il“grillismo” e come reagire? Quali sono gli effetti dell'abbattimento del valore del merito e della concorrenza e quali sono le risposte possibili? Sono queste alcune delle domande cui il libro , decisamente unico nel panorama editoriale italiano , offre risposte nuove e molto significative.Un libro un po' saggio, un po' pamphlet, un po' manuale, scritto con linguaggio plastico, a volte tagliente ma sempre lineare e comprensibile al largo pubblico, che ci accompagna fino al“cuore dello Stato” e alla scoperta dei nuovi fermenti della società italiana.
RECENSIONI
Corriere della Sera
del 15 novembre 2007
E Letta parlò : «Sulle riforme vasta coalizione»
«Dopo 13 anni infrango il silenzio Definire insieme le regole del gioco»
MILANO Lo Stato è la sua fede, il silenzio la sua preghiera. E se Berlusconi è stato a lungo il suo datore di lavoro, le capacità di dialogo con l'opposizione e l'ecumenismo sono il suo mestiere quotidiano. Difficile trovare qualcuno che riesca a scalfire l'immagine che Gianni Letta ha creato intorno a sé in 13 anni di lavoro tenace e certosino. «Il monumento vivente della differenza tra il fare e il parlare» (copyright di Pierluigi Bersani) viene regolarmente omaggiato a destra e a sinistra, ricevendo attestati di stima trasversali, da Montezemolo a Epifani, da Veltroni (che lo vorrebbe in un governo di centrosinistra) a Parlato (che visse con lui i giorni drammatici del sequestro di Giuliana Sgrena). Tutt''al più qualche ironia sugli eccessi di compostezza e «zuccherosità». O qualche dubbio che tanta «cortesia» sia davvero assimilabile a «bontà politica»: «Anche quando si deve uccidere un uomo disse una volta non costa nulla essere gentili». Solo Bettino Craxi riuscì a definirlo, in un eccesso d'ira, «insolente». E Lucio Colletti spiegò ironicamente che «i suoi nemici mortali sono gli spigoli dei tavoli». Ora, dopo anni di ostinato silenzio, Letta decide di uscire allo scoperto in un libro di Luigi Tivelli, Chi è Stato Gli uomini che fanno funzionare l'Italia (Rubbettino - Rai Eri). Una lunga intervista, nella quale racconta di sé, ma soprattutto lancia una proposta destinata a fare molto discutere. Letta chiede alle parti politiche di creare «una vasta coalizione» per le riforme istituzionali e invita gli italiani a «riscoprire la passione civile»: «Occorre definire insieme le regole del gioco, risolvere alcuni dei problemi fondamentali dai quali dipende il futuro del Paese. Questo l'appello che mi piacerebbe sentire con una voce sola, destra e sinistra per una volta insieme».
Servitore dello stato
«Per la prima volta, caso unico in 13 anni, spiega ho accettato di parlare del mio lavoro a Palazzo Chigi, infrangendo la regola di riserbo e di silenzio che mi ero dato». Letta si riconosce appieno nella figura del civil servant, di cultura anglosassone, o nei grand commis dell'esperienza francese. I nostri «grandi servitori dello Stato»: «Non ho mai fatto vita di Partito, né mi sono mai presentato alle elezioni. E ho rinunciato al perverso gioco delle agenzie che isterilisce il nostro lavoro». Berlusconi chiese il suo aiuto nel ''94, ma Letta non condivise la sua scelta di scendere in campo. Restò in azienda con Confalonieri e solo più tardi si decise ad affiancarlo. Ma sempre con spirito bipartisan: «Perché ho sempre concepito e svolto il mio lavoro come istituzionale e non politico». E anche perché, a quanto si racconta, il presidente Scalfaro così si rivolse a Berlusconi: «Non si sogni di andare a Palazzo Chigi senza l'aiuto di Gianni».
Uomo all'antica, specialista in diplomazia verbale ma anche in concretezza, Letta racconta il suo debito nei confronti di alcuni uomini dell'impresa privata: «Enrico Pozzani, Giorgio Schanzer e Carlo Pesenti. Pozzani, un imprenditore milanese che alla capacità manageriale univa una forte spiritualità, fu per tanti anni il Presidente dei Cavalieri del Lavoro. Avrebbe voluto che lasciassi il giornale (il Tempo) per andare a lavorare con lui». E poi Schanzer, «discendente di un'antica famiglia che portava nel sangue i canoni del buon governo dell'Imperatrice Maria Teresa e che aveva dato all'Italia un non dimenticato Governatore della Banca d'Italia». Infine Pesenti: «Da lui ho imparato il valore dell'impegno, della tenacia e un'inesauribile voglia di fare. Tutti requisiti che lo hanno portato ad essere in quegli anni, con Agnelli, la personalità più rappresentativa dell'industria italiana».
La sacralità del Parlamento
Letta racconta di aver «visto da vicino la classe politica della Prima e della Seconda repubblica». E qualche nostalgia traspare. Per esempio per quella «compostezza austera, ispirata e suggerita dalla solennità del luogo» che si respirava allora: «Quando entravi in Parlamento sentivi che eri nel cuore delle Istituzioni, il simbolo e la sede della rappresentanza democratica». Altri tempi, sospira Letta: «Oggi si entra e si esce dall'Aula senza cravatta e magari in jeans e maglietta, con i sandali. Ti accompagna un vociare e un disordine» che hanno fatto perdere «la sacralità del luogo». Verrebbe da chiedersi, dice, «se non sia anche qui la differenza tra la Prima e la Seconda repubblica. E come meravigliarsi allora di quel modo chiassoso e irriverente, spesso rissoso, che caratterizza gli scontri tra maggioranza e opposizione».
E qui sta il nodo del mandato in terra di Gianni Letta, che ha deciso di intervenire proprio ora, in modo così forte, perché «la situazione del nostro Paese è drammatica. E quando la patologia altera profondamente un sistema, è necessario un intervento drastico per ripristinare l'ordinato svolgimento delle funzioni». Per questo auspica «una vasta coalizione, con un programma ben definito proprio e solo per restituire il sistema a una corretta fisiologia democratica che consenta, nell'alternanza, il formarsi di esecutivi in grado finalmente di governare un Paese seriamente riformato e capace perciò di competere liberamente in Europa».
Il Gran Ciambellano delle riforme sa che evocare «una vasta coalizione» e una «coesione politica nazionale» produce spesso una reazione negativa: «Ma quei nodi bisogna scioglierli insieme. Non vorrei indicare formule politiche, o soluzioni di larghe intese. E tanto meno evocare lo spettro dell'inciucio, come fu ingiustamente catalogato il tentativo limpido avviato ai tempi della Bicamerale». Letta, per chiarire il raggio d'azione, ricorre alla metafora calcistica: «Mai un romanista diventerà laziale. Eppure nessuno, neanche il tifoso più accanito, ha mai gridato all'inciucio se e quando la sua squadra o la sua società contribuisce, insieme alle altre, a definire le regole del gioco, a stabilire il numero e le caratteristiche dei partecipanti, l'organizzazione del campionato, il campo e l'ora della sfida».
Fermare il declino
Uscendo dalla metafora, Letta ricorre a un esempio concreto: «Va di moda di questi tempi, guardare con simpatia (e invidia) alla Francia di Sarkozy. Prendiamo allora esempio da lui e facciamo qualcosa di simile a quello che è stato fatto con il gruppo di Jacques Attali. A chi gli chiedeva se il modello e lo spirito di quel gruppo fosse lo stesso della grande coalizione di Angela Merkel, Attali rispondeva così: Credo di sì, tutto dipende dalle personalità coinvolte... Certi problemi non possono essere affrontati su base ideologica"». Insomma, la commissione francese e la grosse koalition tedesca sono per Letta «una bella lezione, un esempio da imitare, un modello da esportare». A meno di non volersi avviare «verso un progressivo e meludibile declino». Perché l'Italia «ha il terzo debito pubblico del mondo, una pubblica amministrazione vecchia e obsoleta, un aumento costante della spesa pubblica che nessuno riesce a imbrigliare, un sistema istituzionale lento e complicato». Letta ricorda le giuste denunce di Sabino Cassese e di Pietro Ichino: «Ma a nulla sono valsi i richiami e le denunce, neanche quelli delle autorità indipendenti».
Allora occorre trovare una soluzione condivisa, «forse l'unica in grado di combattere l'antipolitica e il populismo, scorciatoie che non ci porteranno lontano». Resta da capire se le forze politiche, a cominciare da Silvio Berlusconi, vorranno ascoltare il campanello d'allarme suonato da Letta.
di Alessandro Trocino
Libero Mercato
del 15 novembre 2007
"CHI è STATO?"
Da Gifuni a Catricalà fino a G. Letta in un libro i segreti dei grand commis
"Chi è Stato?" Non si tratta dell'ennesima ricerca di senatori più o meno fedeli alla maggioranza, ma del titolo di un libro di Luigi sugli "uomini che fanno funzionare l'Italia". Sarebbero una decina di grand commis tra i quali Gaetano Gifuni, Antonio Catticalà, Corrado Calabrò e, ciliegina imprevista sulla torta, Gianni Letta. Già nei Palazzi romani circolano gossip, piccoli boatose assente certezze sui contenuti del libro, che però sta ben chiuso, in vista dell'uscita, il 16 novembre, nei cassetti dell'Autore e dell'Editore.
Sulla base di qualche "parolina" filtrata dagli uffici della Rubbettino ci si deve chiedere "Chi è stato" a fare outing. Pare infatti che Caricalà, ora Garante della Concorrenza, ma già Segretario generaledi Palazzo Chigi, e come tale addetto anche alle nomine di Governo faccia, nel libro, una dura requisitoria contro il sistema delle spoglie nelle nomine nell'Amministrazione e negli Enti pubblici. Calabrò , presidente AGCOM critica con fermezza la qualità e le modalità di acquisto dl tanti programmi televisivi. Quanto a Letta, il titolo del capitolo a lui riservato sarebbe «un fermo campanello d'allarme alla politica, alle classi dirigenti e al Paese». Sembra che il super consigliere di Berlusconi formuli una proposta del tutto originale, guardando con attenzione alle aperture a sinistra di Sarkozy in Francia.'