«Che paura vivere nella stessa casa con E.T.» (STOP)

di Redazione, del 31 luglio 2013

Da STOP del 26/07/2013

«Mio padre lo teneva in una stanza al buio: mi dava i brividi anche se non si muoveva». A un anno dalla scomparsa di Carlo Rambaldi, maestro degli effetti speciali e creatore di "esseri" come l'Extraterrestre, King Kong e Alien, il ricordo del figlio Victor. Intervista di Loretta Margini.

E' stato l' indimenticabile "papà" di King Kong, Alien e del dolcissimo E.T.- L'extraterrestre. Ma, oltre alle sue creature fantastiche, Carlo Rambaldi ha messo al mondo anche tre di figli in carne e ossa: Daniela, accanto alla quale il maestro ha vissuto a Lamezia Terme l'ultimo periodo della sua vita; l'amatissimo Alessandro, mancato a soli 33 anni per una rara forma di leucemia, e Victor, scrittore, sceneggiatore e regista, che al grande padre ha dedicato una biografia pubblicata di recente da Rubbettino: Carlo Rambaldi-Una vita straordinaria. «Era il movimento a dare le emozioni» Victor, quando lei e i suoi fratelli eravate piccoli, vostro padre vi coinvolgeva nella realizzazione dei personaggi, affidandosi alla vostra fantasia di bambini? «No! Nella fase creativa non coinvolgeva né me, né i miei fratelli.
Solo dopo, a creazione avvenuta, chiedeva la nostra opinione. Nel caso specifico di E.T. chiese il parere a mia sorella Daniela, che all'epoca aveva 14 anni, facendole vedere un prototipo in creta. Ma lei non provò alcuna emozione. Per mio padre fu la conferma che quel personaggio, come ogni altro, senza movimento era solo una statua priva di vita. È infatti il movimento che crea l'emozione». «Aveva poco tempo da dedicare a noi» Non mi dica che non ha mai creato qualche giocattolo solo per voi. Almeno vento.
Poi fu il tempo degli aeromodelli telecomandati. Ma pupazzi animati mai. Nemmeno uno». Era un padre un po' assente, allora? «Direi piuttosto che era un padre concentratissimo sul suo lavoro, che comportava sfide tecnologiche sempre più importanti e per le quali le responsabilità erano tante, indipendentemente dal successo o meno che poteva avere il film in cui era coinvolto. Ricordo che da bambino mi portò con sé su un paio di set cinematografici, ma non capendo nulla di cinema trovai l'esperienza estremamente noiosa. Trovavo assurdo che una scena, anche breve, dovesse essere ripetuta un sacco di volte». Da adulto le cose sono cambiate.
«Naturalmente. Ho aiutato mio padre nella traduzione di numerose sceneggiature e ho avuto il privilegio di conoscere Spielberg, Lynch, Guillermin e tanti altri registi di Hollywood». Torniamo alla sua infanzia: aveva paura dei mostri di suo padre? Per un bambino creature come King Kong o Alien possono essere terrorizzanti.
«In effetti da bambino ne qualche disegno per la vostra stanza... «Non ne aveva il tempo.Però costruivamo insieme degli aquiloni che andavamo a far volare sul Terminino, vicino a Rieti, quando tirava ero un po' spaventato: nel suo laboratorio c'era una stanza buia, detta "il deposito", dove venivano immagazzinate le sue creature fantastiche, teste mozzate, manichini, alligatori, ragni e altre cose terrificanti usate nei vari film. Giacevano immobili ma erano talmente realistiche da sembrare vere e solo addormentate, pronte a scagliare attacchi mortali da un momento all'altro. Era una situazione in bilico tra realtà e finzione. Da brivido!».
«Spielberg gli diede l'idea e lui creò...» E.T. è stato il capolavoro di suo padre. Nacque da un'idea personale o fu Spielberg a dare delle indicazioni precise? «Come accade per ogni progetto, è il regista a precisare la natura anche psicologica del personaggio da costruire. Spielberg aveva delle idee, ma fu mio padre a distillare le sue intuizioni nella creatura che tutti conosciamo, arrivando a una sintesi esemplare. L'elemento più importante che Spielberg voleva era l'innocenza e una sorta di "look" a metà strada tra un bambino e un vecchio. Fu su queste basi che mio padre creò E.T. l'extraterrestre». Quella creatura e anni prima King Kong e Alien valsero a suo padre tre Oscar per gli effetti speciali. Le mitiche statuette le conserva a casa sua? «No. Sono in un posto segreto, per ovvi motivi di sicurezza». Cosa ama di più ricordare di suo padre? «La grande disponibilità e l'entusiasmo verso il proprio lavoro e il cinema in generale.
Una totale abnegazione per la propria arte, prima della quale non veniva altro, né riposo, né divertimento. E poi il senso dell'umorisimo e la sua sconfinata immaginazione».
«Nel mondo dei più giovani tutto è vero» Una passione, quella per il cinema, che lei ha ereditato... «Sì. Ho da poco completato una serie di docenze su regia e sceneggiatura alla Ucla, l'università della California, a Los Angeles, dove mi laureai in Cinema nel 1983. A breve girerò un film in America come regista. Mio padre mi ha trasmesso l'amore per il fantastico, che io utilizzo secondo un mio senso personale dell'immaginifico: nel cinema e per scrivere libri per bambini. Ne ho pubblicati diversi. Al momento sto lavorando a un progetto multimediale per la Loescher». Cosa l'attira maggiormente del mondo dei bambini e dell'infanzia? «Il fatto che nella loro realtà tutto sia possibile, dai sogni più belli fino agli incubi più terrificanti. Nelle mie storie cerco sempre di trasmettere il senso dell'avventura e della scoperta, proprio come quando, da ragazzo, si partiva in bicicletta per andare a esplorare chissà quale isola deserta o grotta sotterranea. Ancora oggi, nonostante l'età, conservo un'anima da Peter Pan, essenziale se si vuole scrivere per i ragazzi». 

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