Caterina Arcuri
Itinerari

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Collana: Varia
2006, pp 80+DVD
Rubbettino Editore, Arte
isbn: 9788849815375
L’artista, in linea con l’eclettismo degli ultimi anni, propone una serie di opere che accolgono una molteplicità di linguaggi, dall’installazione all’opera fotografica. Ciò che le accomuna, riconoscendo tra l’una e l’altra un’affinità di ricerca, non è tuttavia la tecnica ma un’indagine psicologica dalle colorazioni strettamente soggettive e introspettive, una poetica di trascorsi familiari tutta al femminile; ma talmente autentica nei suoi valori primari da saper percorrere a ritroso ere storiche, superando le barriere temporali imposte dalla storia attuale fino ad arrivare alla capacità primitiva di trasporre il quotidiano nel mito e viceversa, di saper quindi riconoscere quest’ultimo negli atti e nei semplici fatti che accompagnano l’esistenza. Per attuare questo non facile processo espressivo, l’artista ha dovuto lasciar spazio a spezzoni di vita reale, presentandoli così come sono, con tutte le incongruenze e soprattutto con tutte le inibizioni che vi convivono. Un passo difficile, la cui messa a punto ha richiesto anni e anni di confronti. Soprattutto una dura ricerca su se stessi, volta a riscoprire le proprie origini e le espressioni e i linguaggi autentici in chiave anche antropologica, superando un rifiuto delle proprie origini impostole da una società borghese alla 15a generazione, che dunque ha affinato il proprio camaleontismo perbenista, camuffandolo in vesti perfettamente democratiche e anticlassiste all’”apparenza”. La esigenza di un’espressione originaria ha condotto l’artista a riscoprire i linguaggi “forti” del Sud, delle terre calabresi che hanno dato i natali a se stessa e alla sua famiglia, e dunque alla “propria” famiglia. La volontà espressiva si coglie qui come genius loci, essa trova infatti una formulazione grazie al riconoscersi nell’appartenenza culturale di alcuni modelli linguistici. Ecco dunque la ritrovata esegesi della vita quotidiana attraverso il mito; e si tratta di una mitologia arcaica, tutta al femminile. Naturalmente l’esigenza di raccogliere valori e significati reconditi dietro gli umili gesti dell’esistenza rimanda al sacro, così come il mito, la sua fondazione e la stessa sua esistenza ha una ragione inscindibile dall’esigenza di sacralità. Per questa via le opere “al femminile” di Caterina Arcuri trascendono la rivendicazione borghese femminista, aprendo un improvviso spazio all’emozione e al pericoloso trasbordare dell’inconscio. E’ un linguaggio, il suo, che non vuole riparare a un maltolto, o a un’ingiustizia, nel tentativo di ristabilire un equilibrio alla ricerca della pace sociale. Ciò che preme all’artista è di ristabilire un rapporto autentico con le emozioni, di riconfermare un’attitudine e un linguaggio primitivo di diretto riferimento emotivo con la realtà attraverso la mediazione del mito. Infatti analizzando le sue opere ci si accorge di sostare in una zona inquietante, dove la sensazione di un pericolo imminente è preponderante nonostante l’immagine sia apparentemente innocua, familiare; anzi forse grazie proprio a questa sua apparente innocuità. Un pericolo che è rappresentato da un impatto con l’inconscio, con quel mostro ctonio che in quasi tutte le mitologie primitive rappresenta l’essenza del femminile: il ciclo agrolunare riconosciuto nel ciclo mestruale. La convivenza con il tempo, con la morte, dunque, e la sua fissa dimora che questa figura, nell’immaginario umano, ha installato nella donna, grazie alla formidabile ambivalenza di quest’ultima. Non è un caso che l’artista passi da immagini che evocano l’infanzia a fotografie di drammi in atto di “suicidi quotidiani”, come la foto dell’artista imprigionata nel vinile. L’ambivalenza è nel flusso e nel riflusso della vita, che si riflette nella capacità, da parte della donna, di essere feconda o infeconda con ritmo regolare, con lo stesso ritmo lunare al cui potere è vincolata la crescita del mondo vegetale, la crescita e la decrescita delle maree e dell’intero mondo naturale. Non è un caso che l’artista si soffermi tanto sui monili, gli accessori, ma è il suo ritrarre costruendo graficamente una trama che evoca il tessuto, come materia e come continuità segnica. Il tessuto e la tintura, gli strumenti e i prodotti della tessitura e della filatura sono universalmente dei simboli del divenire. Penelope è una tessitrice ciclica che ogni notte disfa il lavoro giornaliero per rinviare eternamente la scadenza. Le Parche che filano il destino sono divinità lunari ed una di esse si chiama esplicitamente Cloto, ovvero la filatrice. Il tessuto è simbolo della continuità temporale, del mondo vegetale e del mondo acquatico. E ancora è simbolo della continuità in sé, il tessuto è ciò che si oppone alla discontinuità; nel linguaggio stesso il valore simbolico ha ormai costruito delle convergenze di affinità di significato, tra il senso della continuità e l’immagine del tessuto. Ciò si legge in espressioni come il filo dell’acqua, il filo del discorso ecc. L’isomorfismo che inoltre il tessuto sottende con l’acqua e il mondo vegetale è evidente, non si può resistere infatti al richiamo di un’immagine acquatica attraverso la continuità del materialismo tessulare che suggerisce il ritmo bipolare del piegare e dello svolgere. E ancora il tessuto è fatto di fili cioè originariamente di fibre vegetali. Tutto ciò rimanda a un mondo arcaico, agro-matriarcale dove il simbolo diventa il grande mediatore, che, veicolando emozioni intense, rende praticabile il confronto e l’approccio diretto del soggetto con la realtà. Ada Lombardi