Castellitto e quel libro mandato a Penelope (Cinecittà.com)

di Redazione, del 20 aprile 2012

Da Cinecittà.com - 19 aprile 2012
LECCE. Tra gli eventi in programma al Festival del cinema europeo è prevista venerdì 20 aprile, ore 18.30, presso Liberrima - All'ombra del barocco un incontro con Sergio Castellitto e la presentazione, con interventi di Domenico Monetti e Luca Pallanch, della monografia "Sergio Castellitto. Senza arte né parte" curata da Enrico Magrelli. Il volume, edito da Rubbettino, è realizzato dal Festival del Cinema Europeo e dal Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Vestas Hotels & Resorts, con il contributo, tra gli altri della DG Cinema-MiBAC.

Pubblichiamo di seguito la parte conclusiva di "Conversazione in tre atti con Sergio Castellitto" in cui l'attore e regista racconta alcuni particolari del suo ultimo film Venuto al mondo, tratto dall'omonimo romanzo di Margaret Mazzantini e interpretato da Penélope Cruz, Emile Hirsch, Adnan Haskovic, Saadet Aksoy, Pietro Castellitto e Luca De Filippo.


"Mille e duecento pagine scritte: pubblicate 526! Ho avuto il privilegio di averle lette tutte, forte dell'esperienza di “Non ti muovere”, in “Non ti muovere” non lo sapevo, in questo caso lo sapevo che, mentre l'aiutavo a fare i tagli, già stavo lavorando alle immagini del film. Penso che Margaret abbia voluto fare questo libro, “Venuto al mondo”, per sé, come scrittrice, ma abbia proprio voluto fare un dono a me, ha voluto regalarmi una grande storia. È chiaro che, quando ho cominciato il film, ho sentito il peso di questo dono. Mandammo il libro a Penelope per amicizia quando è uscita l'edizione spagnola. Lei veniva in Italia, perché doveva fare la promozione di Nine, e disse: "Signori, non mi fate scherzi!". È cominciato così. Poi l'idea di poterlo girare in inglese, quindi di aprirsi anche ad una possibilità internazionale. È un’occasione unica da questo punto di vista perché è plausibile che una donna italiana vada in quella città e parli inglese, se va a conoscere un poeta bosniaco. II film è girato 80 per cento in inglese, 20 per cento in italiano, pochissimo in bosniaco. Insomma, una Babele. Tranne Emile Hirsch che è di madrelingua inglese, è un inglese di accenti: Adnan Haskovic ha un accento balcanico, Penelope ha un accento italiano o europeo, Saadet Aksoy ha un accento balcanico-turco, e così via. C'è un'imperfezione della comunicazione, come accade nella vita normale, si mischiano gli idiomi.

 

La sceneggiatura

È cominciata l'avventura della sceneggiatura, che è stata molto complicata perché, ancor di più che in Non ti muovere, abbiamo dovuto imparare a rinunciare. Alla fine, quando scrivi, ti accorgi che in realtà la cosa che conta è scrivere la storia. I significati stanno dentro la storia, le tesi, le ipotesi, i teoremi stanno tutti dentro. È vera quella cosa che si diceva sempre: "Una buona storia la devi saper raccontare in due minuti". È la storia di una donna che si innamora di un ragazzo, ma non riesce ad avere figli, e questo la fa sentire una miserabile. Partono, si trovano in guerra, accettano questa sfida. Lei, pur di non perdere questo marito, questo uomo, questo amore, compra un bambino. Dopo tanti anni, un suo amico la chiama, le dice di venire e lei accetta e scoprirà un grande segreto. Quanto ho impiegato a raccontarla? Questa è la storia . Dentro c'è l'inferno!

La sceneggiatura l'abbiamo scritta insieme. Non ce la facevo da solo. Margaret, a differenza di Non ti muovere, è stata tutti i giorni sul set. È stata una figura, una sorta di producer creativo, ancora più perché autore. Ma non perché fosse gelosa, lei ha sempre accettato le idee, è sempre rimasta lì soffiandomi nell'orecchio: "Guarda che... ricordati che... no, non se lo metterebbe quel maglione!". Margaret viene ogni giorno al montaggio con me. Per me è fondamentale, anche se sono un decisionista. Però avere questo respiro che mi dice "mmh, mmh"! Lei ama questi personaggi, li guarda come dei figli. Non ti nascondo che piangevo sul set. Non ero il solo. Chiesi alla produzione una cameretta con il sostegno psicologico per i collaboratori...

 

Sarajevo

Sarajevo per me era come andare in trincea, girare scene di guerra. Non ce ne sono tante, perché poi non ho mai voluto fare un film d’azione. Poi l'assedio non è una guerra, l'assedio è un silenzio, è uno che corre per attraversare una strada, se ce la fa, ce la fa. L'assedio sono finestre tappate. È famosa quella foto di una donna di Sarajevo che apre una finestra senza vetri, innaffia una piantina e richiude la finestra, ma i vetri non ci sono. L'assedio è la guerra sulle spalle della gente. Per me anche le scene d'amore erano scene di guerra. Sono tante le guerre che questa donna combatte, la guerra contro la sua sterilità e quindi contro quell’infelicità, improvvisamente si trova dentro questo ventre scuro, difficile, terribile, questo utero nero che è la guerra e, guarda caso, proprio in quell'utero nero viene fuori un angelo, infatti è Venuto al mondo, viene al mondo. In inglese c'è un altro titolo, che è molto bello, Twice Born, cioè nato due volte. Ho girato il film con coscienza da rabdomante, cercando sempre l'estremità massima della verità, non cercando mai il documentario, scegliendo sempre la messa in scena. Ritengo che ci sia molto teatro nel film. Non ci sono trecento ragazzi che cadono, c'è un ragazzo che muore. Mi piace molto anche che sia un film classico, per questo, secondo me, moderno, perché non cerca novità narrative, che poi spesso sono delle finte accademie, delle accademie travestite. Ho fatto un dolly nel film, uno solo, perché sentivo che serviva in quel momento per raccontare una delle cose più importanti.
Sono sempre stato a terra con la macchina, sempre ad altezza uomo.