Caso Mancino. Il giudice Morosini: la ragion di Stato non può spingere uomini delle istituzioni a commettere delitti ()

di Redazione, del 24 giugno 2012

Palermo - Piergiorgio Morosini, GIP del tribunale di Palermo non usa mezzi termini: se è vero che c'è una ragione di stato che guida l'agire degli uomini e delle istituzioni è anche vero che la ragion di stato non può prevalere su tutto e giustificare addirittura i delitti.
Morosini, autore del libro sui rapporti Stato-Mafia "Attentato alla giustizia. Magistrati, mafie, impunità", disponibile sia in libreria che in formato ebook, ha così rilasciato in esclusiva al nostro ufficio stampa un suo commento sul caso Mancino che infervora l'opinione pubblica in questi giorni.

Piergiorgio Morosini: Cosa è successo in quella drammatica estate del 1992 in cui la nostra democrazia ha rischiato di sgretolarsi? Perché alcuni ufficiali dell’Arma hanno deciso di attivare un canale di comunicazione con i "corleonesi"? Hanno agito in autonomia o dietro l’impulso di personaggi politici? Che contenuto hanno avuto quei contatti tra carabinieri e mafiosi? Il paese della "linea della fermezza" sul caso Moro ha davvero trattato con Riina e compagni? E poi, perché la "strage annunciata" di via D’Amelio? Paolo Borsellino è stato abbandonato dalle istituzioni?

Con l'iniziativa dei magistrati di Palermo, è il momento giusto affinchè tutti quelli che nelle istituzioni "sanno", dicano agli italiani la verità. Dopo vent’anni, sta per cominciare un processo su una delle pagine più drammatiche della storia della nostra democrazia, culminata nella "strage annunciata" di via D’Amelio, sul cui accertamento delle responsabilità incombono, da tempo, gravi sospetti di pesanti depistaggi e interferenze, riconosciuti anche in provvedimenti giudiziari.
La ragion di stato, dettata dall’esigenza di fermare le stragi, non può prevalere su tutto. Lo stato di diritto impone il rispetto delle leggi anche in tutte le iniziative degli apparati di sicurezza. E la ragion di stato non può spingere addirittura alcuni uomini delle istituzioni a compiere delitti in difesa di una repubblica in pericolo, favorendo latitanze di boss, incidendo sulle scelte del governo sul regime detentivo (art.41 bis), garantendo l’impunità a persone che hanno già programmato gravissimi delitti. Capire cosa è davvero successo in quella estate del 1992 significa, per l’Italia, avere una democrazia più matura.