Cardarelli e Dintorni (Il Quotidiano della Calabria )

di LUIGI M. LOMBARDI SOMARI, del 21 gennaio 2014

da Il Quotidiano della Calabria del 21 gennaio

Siamo già in epoca carnevalesca e specie negli ultimi giorni Via Veneto come le altre vie del centro di Roma saranno invase da mascherati di ogni tipo provenienti da quartieri periferici se non da aree extraurbane. Non è un fenomeno nuovo ed è stato già rilevato, in anni ormai lontani da Vincenzo Talarico, acuto e ironico cronista della belle époque romana che si snoda dagli anni del secondo dopo-guerra alla fine degli anni Sessanta. "In queste sere di carnevale dalle ceneri di Via Veneto degli anni leggendari, tra il '50 e il '60, s'alza qualche bagliore se non, addirittura, qualche fiammata. [...] così, da qualche giorno, la celebre strada sacra alle memorie della 'dolce vita' è battuta, dal calare delle prime ombre fino all'alba, da gruppi di 'invasori' mascherati ai quali non par vero di prendere possesso dei punti strategici della zona, con ripetute irruzioni nei caffè. Antichi romani che fraternizzavano con cow-boy, sommozzatori sottobraccio a patrizi in costumi rinascimentali, frati cappuccini e fratelloni della Buona Morte al seguito di una bara scoperchiata dalla quale un Dracula dai terrificanti denti di plastica lanciava coriandoli sui marciapiedi, sfilavano, l'altra sera, in solidale promiscuità, come i vari reparti di forze alleate d'occupazione". Vincenzo Talarico, nato nel 1909 ad Acri, ha avuto al suo attivo un lungo impegno nella letteratura, nel giornalismo, nella critica teatrale. Ne sono testimonianza i numerosissimi scritti su "Il Resto del Carlino", "Il Messaggero", "La stampa", "Momento Sera", "Tempo illustrato", "Settimo giorno", "Epoca", L'Europeo", "Vie nuove",Le Ore", così come i volumi "Vita romanzata di mio nonno" (1932); "Mussolini in pantofole" (1944); "Vita di Scanderbeg" (1944); "Pasquino insanguinato" (1944); "Otto settembre, letterati in fuga" (1965); "I passi perduti"(1967). Inoltre Talarico collaborò con continuità alla radio e alla televisione e sceneggiò, tra l'altro, "Luisa Sanfelice" in collaborazione con Ugo Pirro; ebbe diversi riconoscimenti tra i quali il premio Saint Vincent per il giornalismo. Morì a Fiuggi nel 1972. La sua opera, costellata di osservazioni, brillanti rievocazioni, epigrammi e aneddoti, delinea i tratti di un protagonista della vita intellettuale della Capitale. In epoca, quale la nostra, di feroce dimenticanza, essa è stata oggetto di una sorta di damnatio memoriae, per cui la maggior parte delle persone, specie i giovani, la ignorano totalmente e anche chi ne ha sentito comunque parlare lo confina nel ruolo, "minore", di cronista mondano. A sottrarlo a tale destino si è impegnato da tempo, con rigore e acutezza, Santino Salerno, fine critico letterario e storico della cultura, che nel 2007, assieme ad Antonio Panzarella, sempre disponibile a ideare e portare avanti iniziative atte alla valorizzazione delle potenzialità culturali e socio-economiche della nostra regione, ha curato il volume "Vincenzo Talarico. Un calabrese a Roma". Adesso Salerno ritorna a interessarsi di Talarico curando assieme a Giuseppe Cristofaro un'accurata selezione di scritti del brillante giornalista calabrese "Cardarelli e dintorni" (Rubettino, 2013). Giuseppe Cristofaro è presidente della Fondazione Vincenzo Padula di Acri, che meritoriamente si è fatta carico della pubblicazione degli scritti dell'Abate acrese che da anni vengono ripresentati con saggi introduttivi di specialisti demoantropologi, storici, italianisti, filologi che li contestualizzano proponendo possibili chiavi di lettura. La Fondazione organizza il Premio intitolato a Padula e sostiene il Premio Antonio Arena, intellettuale e poeta di questa città calabrese, oggetto specifico di un'altra associazione a lui intitolata. In "Cardarelli e dintorni" sfilano personaggi notissimi e meno noti, di diverso spessore e dai tratti fortemente caratterizzanti colti nella loro verità attraverso una battuta, un aneddoto, una notazione ironica. Ed è merito della penna di Talarico aver saputo rendere con pochi tratti un mondo, un'epoca. Come affermano i curatori di questa preziosa antologia, "sono personaggi di vario peso e di diversa calibratura; alcuni, pur non secondari, sono stati spesso penalizzati da un ingiusto anonimato; altri sono noti; altri ancora famosi o addirittura illustri, ma essendo vissuti in altre stagioni ormai lontane nel tempo, potrebbero risultare sconosciuti alle generazioni più giovani. Si tratta di scrittori, registi, sceneggiatori di cinema e di teatro, poeti, pittori, saggisti, giornalisti, attori, sui quali Talarico non perde occasione di esercitare la sua pervasiva, bonaria ma acuta ironia, cogliendoli in momenti particolari della loro giornata e negli atteggiamenti meno 'ufficiali' in cui meglio si rivela la loro natura, la loro più autentica "umanità". Vengono così ricordati, tra gli altri "Massimo Bontempelli novecentista e vessillifero del "Realismo magico", che schiaffeggia Giuseppe Ungaretti per una diatriba letteraria e insieme finiscono per sfidarsi a duello all'arma bianca nel giardino di casa di Pirandello; Vincenzo Cardarelli che sosta seduto al Caffè di Via Veneto sotto il sole d'agosto con cappello e cappotto munito di collo di pelliccia; o che s'indigna e toglie il saluto a Marino Piazzolla perché scrive poesie, o, ancora impegnato nella cinquantennale schermaglia verbale con il pittore Domenico Bartoli". Né mancano "deputati e senatori, tra i quali Talarico prende maggiormente di mira l'onorevole La Rocca impegnato con il collega, il latinista Concetto Marchesi, in una frizzante conversazione caratterizzata da un compulsivo quanto compiaciuto e ostentato furore citazionistico". Appaiono anche i nomi di "Curzio Malaparte che a Parigi abbaia lungo la Senna [...] Vittorio De Sica, "vate dello schermo" (verso il quale Talarico dimostra un "affettuoso accanimento") che inciampa in un infortunio letterario; Gabriellino D'Annunzio, figlio del vate che apprende della morte del padre mentre è impegnato in una zuffa carnevalesca, eccetera". Episodi come si vede apparentemente minuti, ma che messi assieme vanno a comporre un grande mosaico che ci restituisce il senso di un mondo, di una società, di una temperie culturale e politica. Merito dei curatori l'aver corredato il volume con numerosissime note che ricordano i tratti biografici salienti dei personaggi volta a volta richiamati. Santino Salerno è un intellettuale schivo; più che elaborare un proprio discorso preferisce far parlare altri, specie se figure della sua amata Palmi o della prediletta Calabria. Non è un caso che nel tempo abbia rivolto la sua intelligente attenzione a Leonida Répaci, pubblicando le dediche a lui rivolte nei libri regalatigli dagli amici, offrendoci così un affresco di storia della cultura del Novecento; così è per Domenico Zappone, di cui Salerno ha pubblicato una selezione di racconti ("Il cavallo Ungaretti e altri racconti") con una prefazione che mette in risalto la pienezza espressiva del giornalista palmese, pronto alla risata e alla battuta, quando non a un dissacrante sarcasmo che occultava la sua vena sotterranea di amarezza e di malinconia. La fatica di Giuseppe Cristofaro e Santino Salerno ci restituisce uno sguardo sul nostro tempo, sul nostro immediato passato, colti da Vincenzo Talarico con la sua intelligenza e, insieme, con la sua umana, profonda compassione.

di LUIGI M. LOMBARDI SOMARI

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