Cantami, o Diva, di Omero innamorato… di una zia! (bottegascriptamanent.it)

di Maria Chiara Paone, del 01 aprile 2019

Le grandi opere non sono fatte solo per essere ricordate o essere usate a modello: spesso diventano materia grezza che i prossimi scrittori sono capaci di rimodellare a proprio piacimento, secondo la loro fantasia.
Come fece a suo tempo l’Ariosto il quale, preso spunto da L’Orlando innamorato, creò un poema epico ancor più grande, o se non altro diverso, così possiamo applicare questo paragone a Mimmo Rando e alla sua opera d’esordio, Omero al Faro (Rubbettino editore, pp. 352, € 16,00), di cui qui esplicheremo qualche snodo narrativo.

Storie che si scontrano e si incontrano
Come potrebbe ingenuamente pensare un lettore che giudica dalla copertina e, in questo caso, dal titolo, protagonista di quest’opera non è Omero, o meglio… non solo lui. All’interno della storia è presente tutta la sua produzione orale e letteraria e quindi i suoi protagonisti, in una commistione assolutamente comica tra la realtà e l’epica. Altrimenti come potrebbe succedere che Ulisse, durante il suo girovagare dopo la guerra di Troia, vada ad innamorarsi della zia del narratore, descritta come «mia zia Nina ’a napulitana, che era maestra d’affabulo: tutte le storie che quel folle di Omero cantava gliele aveva raccontate lei. Ulisse la corteggiò vanamente: lei rimase fedele alla sua vedovanza»?
Inizia così un corteggiamento spietato in cui, ironicamente, Ulisse si ritrova a ricoprire la parte dei Proci, mentre Nina diventa una Penelope alla rovescia, come viene dimostrato da questo passo: «[…] all’Olisse rispondeva: “Sarò tua: ma non prima d’avere scucito il giornino di questa truscia. Abbi pacènza!” Il giorno scuciva, ma di notte, sino all’alba, stava per lo istesso puntocroce radipuntare. E questo si protrasse anni ed anni; sino a che l’Olisse si disfiziò».
A questa storia se ne intrecciano molteplici in cui possono essere ritrovati altrettanti riferimenti alle avventure narrate nell’Odissea, nell’Iliade ma anche in altri poemi epici: dalla costruzione del cavallo di Troia allo scontro con Polifemo e alla nascita dell’inganno di “Nessuno”, dal matrimonio di Paride ed Elena all’uccisione di Agamennone. Tutto ovviamente in chiave comica e parodistica, in una costruzione così incastrata e precisa con i nuovi luoghi e i personaggi da illudere che la storia sia accaduta e raccontata sempre in questa modalità.

Un Faro tra mito e contemporaneità
Tutto si svolge al Faro del titolo, che viene definito già in quarta di copertina come «il luogo, scenario unico, centro del mondo, punto di partenza e di approdo». Solo qui sembra possibile questo incontro non solo tra narratore, personaggi e persone “reali”, ma anche tra il mondo moderno e quello antico, in cui sembrano convivere pacificamente la divinazione delle galline – che i bambini compiono invece di prestare ascolto a Cassandra e Laocoonte – e i film americani, citati dalla zia Nina: anche le questioni politiche della contemporaneità vengono messe sul tavolo, come quella del ponte sullo Stretto, raccontata in una satira acuta e pungente.
Particolare la consapevolezza di essere in una sorta di limbo, condizione che tutti i personaggi vivono e non riescono a superare, come si può notare dal dialogo che intercorre tra Omero e i compagni di avventura di Ulisse: «“Noi siamo realissimi, realissimi” dicevano all’unisono i compagni.
“Se siete reali, per voi non c’è niente da fare. Sulla realtà non ho alcun potere”.
“Noi siamo reali, ma apparteniamo al racconto”.
“Ed allora siete ancora più fottuti di prima. Non posso fare nulla per modificare la vostra sorte […]”».

La lingua
Il romanzo si presenta anche nello stile come in equilibrio su più scritture, un chiaro esempio di pastiche, con una commistione di termini colti, come l’utilizzo del dittongo “ae” in «saemper», uniti a parole apparentemente più rozze, come «forfé», in una scrittura che asseconda la pronuncia.
Una lingua che tuttavia non affatica il lettore perché melodica e ben orchestrata, adatta anche a una ipotetica lettura ad alta voce. A chi non verrebbe voglia di declamare il pezzo seguente, in cui è descritta la bellissima Elena, in modo certamente non lusinghiero e con una lista di epiteti tra la lingua antica e il dialetto stretto, tuttavia quasi familiare, in una sorta di cantilena e di anti-ode: «Aspetto d’ombra era Elena.
Era nube, fumo, fantasima di bello. Era aria fritta. Ed, in questa sua nullità di null’altro essere, scatenò una guerra, che reale fu invece. Reale fu il bellum, reali furono i morti, i massacri, le ammazzatine, le stragi.
Offuscati di nigghia i ciriveddi. Annigghiata, la nostra menti umana si travagghia, si prodiga, s’imbrogghia in matassa trucciuta scialarata, assicutannu nuvulati, nigghi: nube fumosa, che, svariando, passa, e nell’azzurro si disforma, disfa, come quella che lì si sdruce bassa».
È certamente un esercizio linguistico ma anche una riflessione sull’umanità, che certo si lascia ammaliare dal canto e dall’arte ma ancor di più dalla grettezza e dalla fisicità, e che porterà nel lettore un sospiro e una risata.