Blade Runner, l'unico (Connessioni)

di Maria Teresa D'Agostino, del 11 ottobre 2017

Il mio romanzo diventerà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale – il tutto estremamente emozionante da vedere (P.K. Dick su Blade Runner di R. Scott)

«Lungo, noioso, vuoto. Una tragedia cosmica. Blade Runner 2049 è semplicemente un film non riuscito. Impossibile qualsiasi paragone con il capolavoro del 1982». Luigi Cimmino, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Perugia e curatore di numerosi saggi, commenta così la visione del film di Villeneuve. Tra i suoi più recenti lavori Umanesimo e rivolta in Blade Runner, con Alessandro Clericuzio e Giorgio Pangaro, del 2015, uno dei gioielli della collana di cinema edita da Rubbettino e diretta da Christian Uva. La monografia mette a confronto Philip K. Dick e il suo romanzo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, con il film di Ridley Scott analizzando contesti, riferimenti filosofici e religiosi e, soprattutto, l’ispirazione visionaria dell’uno e dell’altro. Un saggio che si avvale di tanti autorevoli contributi, tasselli di un mosaico tra letteratura e cinema dove le differenze tra il libro e il film, sottolineate e ben analizzate, riportano all’unicum costituito dalle atmosfere magnificamente descritte da Dick e magicamente riprodotte da Scott. «Il regista si allontana dalla storia narrata da Dick, ma ne ricrea in maniera mirabile le atmosfere» dice Cimmino. «Il romanzo è molto più complesso, più articolato, il film racconta una vicenda più lineare, meno problematica, ciò che invece viene riprodotto in maniera perfetta è il clima, lo scenario di un mondo dissolto, privo di luce, sia concreta che spirituale. Sia Scott che Dick si pongono la domanda assoluta: ossia, se gli androidi sono come noi o noi siamo come gli androidi, nell’evidenza inquietante dell’identità uomo-macchina. Libro e film sono entrambi capolavori, Scott nel dare vita a questo film culto ha attinto a piene mani all’ispirazione creativa di Dick, inevitabilmente».


Deludente, per Cimmino, invece, questo attesissimo sequel. «Lo trovo didascalico, inutilmente ripetitivo. Con dialoghi a tratti al limite del ridicolo. Kubrick ammoniva gli sceneggiatori: Se dici cosa significa, non significa più niente; ecco, il nuovo Blade Runner è così, vuoto alla fine. Scott profondo nelle citazioni a Freud, nelle riflessioni, nella messa a nudo della complessità dell’animo umano. Nel suo film il contrasto-anelito uomo-macchina è centrale mentre nel nuovo film tutto si disperde. Bravissimo il protagonista, Ryan Gosling, ma è l’unica nota positiva. Meno convincete il ritorno di Harrison Ford». Neppure immagini e ambientazione trovano l’apprezzamento di Cimmino: «Il film di Scott intrecciava passato e futuribile dal punto di vista della ricostruzione scenica, nel sequel neppure l’immagine colpisce allo stesso modo. La fuliggine diviene neve. Dick è sparito completamente e Scott, in un certo senso, da produttore, ha abdicato a se stesso». La magia di Blade Runner parte da Dick, che aveva dato indicazioni importanti in fase di realizzazione e, poi, visto e approvato il montaggio. «Nel saggio non c’è la pretesa di stabilire “meglio il libro o meglio il film”, né di dare risposte definitive, anzi al contrario abbiamo cercato di aprire domande, insinuare dubbi, offrire un contributo critico significativo; è chiaro però che, sappiamo bene, spesso grandi film traggono ispirazione dai libri, ma non avviene il contrario» aggiunge Cimmino. E conclude: «L’opera di Scott è stata talmente innovativa da condizionare poi i film di fantascienza futuri. L’influenza di Dick ha avuto un ruolo determinante. Ora Dick non c’è e questo sequel sa di nulla».