Banditi e briganti. La lunga durata di un fenomeno che attraversa almeno tre secoli (Zoomsud.it)

di Redazione, del 04 gennaio 2012

Da Zoomsud.it - 04 gennaio 2012
«Si prenda una cartina geografica della Calabria e si segnino i comuni che sono stati teatro del brigantaggio durante l’occupazione francese, il dominio borbonico e il primo decennio unitario; si segnino poi, su un’altra cartina, i comuni dove si sono verificate occupazioni di terre nei momenti di acuta tensione sociale e politica: nel 1848, al momento dell’unità d’Italia, dopo la prima guerra mondiale, dopo la seconda guerra mondiale. Si segnino, infine, su una terza cartina i comuni dove s’è registrato un insediamento della ‘ndrangheta. Si noterà che i comuni delle due cartine sono gli stessi, combaciano e si sovrappongono perfettamente. Sono tutti in provincia di Catanzaro e di Cosenza, e nulla hanno a che fare con quelli della provincia di Reggio Calabria dove c’è la ‘ndrangheta. Lo scenario delle gesta brigantesche è identico a quello delle lotte contadine. Si può arrivare a dire che, almeno fino alla seconda guerra mondiale, briganti e moti contadini hanno scacciato da quelle terre la ‘ndrangheta, ne hanno impedito la formazione».

Enzo Ciconte, professore di Storia della criminalità organizzata presso l’università Roma Tre, a lungo consulente della Commissione parlamentare antimafia, firma con “Banditi e briganti”, recentemente edito da Rubbettino, un testo di interessante e gradevole lettura, corredato da una ricca bibliografia e da un pregevole apparato iconografico, di xilografie, stampe, acquarelli, antiche foto che molto contribuiscono a cogliere la “lunga durata” di un fenomeno che attraversa almeno tre secoli, dai “banditi” del Cinquecento ai “briganti” della prima fase unitaria dello Stato italiano e riguarda vaste zone dell’Italia, dalla Romagna al Piemonte, dall’Abruzzo alla Puglia, dal Lazio al Veneto.

Ma attenzione particolare l’autore riserva al Meridione – l’analisi, spesso trascurata, del brigantaggio anche nelle fasi pre/post sanfedismo risulta di grande interesse – e, in specie, alla Calabria. Terra che, già nel Cinquecento, secondo la definizione di Fernand Braudel, è “produttrice di briganti quanto di seta”: «…è in quel secolo – chiosa Ciconte – che la condizione di vita dei contadini e dei diseredati spesse volte raggiunge punte di insopportabilità tali da spingere le popolazioni a scoppi d’ira violenta contro i baroni e i signori locali». Una particolarità che la Calabria conserva e, addirittura, accentua nel corso del tempo, tanto che, qualche anno prima della dissoluzione del Regno borbonico, il generale Alfan della Rivera, incaricato di affrontare il problema, scrive al direttore della Polizia Generale: “Ella conosce come il brigantaggio in cotesti luoghi abbia acquistato tali proporzionali da mettere la Calabria in uno stato del tutto eccezionale”. Sostituito, poi, Alfan de Rivera perché “il brigantaggio ferve nelle Calabrie e richiede nelle presenti circostanze delle misure eccezionali”. Attraverso la narrazione di un gran numero di storie – una citazione per tutte, quella di Giosafatte Talarico “re della Sila” – Ciconte segue la scia di sangue, la violenza, spesso efferata, dei “fuorilegge” (i “banditi” sono, chiaramente, quelli colpiti e/o colpibili da un “bando”) la repressione, talora stupida, e il venire a patti dei vari Stati italiani. Fenomeno, quest’ultimo, continuato nel tempo, tanto che «Luciano Violante, riflettendo sul sistema italiano di penalizzazione che va dal 1861 al 1992, ha scritto che “punire e perdonare, per poi riprendere punire e quindi a perdonare è la spirale di politica criminale seguita nella storia italiana”».

Emergono, nell’analisi di Ciconte, le diverse componenti del brigantaggio, da quella delinquenziale a quella politica – non facili da districare, sebbene sufficientemente chiare – e si evidenziano, soprattutto, le tensioni sociali, di classe, dentro cui movimenti di ribellione nascono e crescono. In specie, quell'"irrisolta questione della terra” che domina anche tutta la fase borbonica, sia nel momento del supporto sanfedista ai Borboni sia in quello, successivo, della repressione da parte del Regno delle Due Sicilie del brigantaggio.

Ne risultano evidenti non solo le chiusure baronali, pure agli sgoccioli del proprio potere, ma anche i grandi limiti della borghesia meridionale, restia ad agire modernamente sul latifondo e la marginalità del mondo contadino le cui istanze, anche per il permanere di quei suoi “orizzonti limitati o ristretti” già analizzati da Hobsbawm, non riescono a trovare riconoscimento neppure nella prima fase post unitaria.

Afferma Ciconte che le sue pagine non intendono minimamente «mettere in discussione l’Unità d’Italia e l’esistenza dello Stato nazionale, ma intendono discutere – questo sì, eccome! – il modo in cui quel tipo di unità s’è formata. Perché – prendendo a prestito un verso dell’Inferno di Dante – il modo ancor m’offende».

di Maria Franco


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