Architettura animale
Bestiario ininterrotto

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Collana: Varia
2015, pp 446
Rubbettino Editore, Arte
isbn: 9788849844870

C’è una componente non secondaria dell’architettura che si ispira al mondo animale, del resto tra gli atti fondativi o i riti del costruire c’è sempre il sangue della bestia, e trae da questo alcuni temi che incessantemente percorrono lo spazio e il tempo del suo comporre. Questo mondo animale, che molto ci somiglia, si insinua prepotentemente riaffiorando in quello del progetto che adopera per similitudini, per comparazioni o per emulazione, il suo patrimonio in molte delle sue manifestazioni.
L’architettura se ne serve in molti modi, forse traendo da questo senso innato dell’abitare e del costruire un fare più morbido, meno aggressivo, da ventre di balena o da massa d’elefante, o da corazza di Glyptodon. Alcuni animali, come questi elencati, si prestano più di altri ad essere abitati fino a scoprirne le viscere interiori. Altri ci rapportano ai cieli con le loro cosmogonie che delle bestie in tutte le latitudini del mondo hanno fatto uso, o alla terra come nei geoglifi di Nazca, o nelle rocce che assumono connotati animaleschi secondo il principio dell’apofenia, fino a configurare in molti casi un’urbanistica animale. Non è forse un caso se Pavel Florenskij vede già il ventaglio nelle ali dell’uccello: il simbolo che si traduce in forma.
All’animale dobbiamo una casistica parallela dei modi di abitare e delle architetture conseguenti, dalle tane alle schiume, ai ricoveri o agli anfratti. L’uomo se ne è servito osservandoli più da vicino, e quando questo sguardo si è allontanato da loro un impoverimento è avvenuto persino nella disciplina a noi affine che spesso nega alcune appartenenze bestiali relegandole nell’irrazionale o nell’istintuale.
Le architetture fuori “norma” rimarranno episodi, spesso sconcertanti del procedere dell’architettura, o quest’ultima si costringe ad immagazzinare dentro il proprio statuto disciplinare ciò che in molti, ma non tutti, hanno cercato di espellere, perché poco inclini a riconsiderare lo zoomorfismo come patrimonio implicito nell’operare?
Il libro indaga su queste architetture parallele, che dall’animale sono ispirate, o realizzate, optando non solo per una difesa di questa ulteriore pratica di progetto ma soprattutto dell’animale in sé, in un lavoro da Archientomologo intento a definire un bestiario architettonico.
Come ci ricorda Giorgio Celli «I bestiari vengono considerati, per lo più delle opere “datate”, dei fossili letterari da imbalsamare e da porre, tra codici alluminati e Bibbie miniate, nelle teche di cristallo delle biblioteche e dei musei … mi sembra, invece, che lo “spirito” di questi libri sentenziali, niente affatto tramontato, sia solo in parziale eclissi o in incognito. Esclusi dai trattati di zoologia, i bestiari sono divenuti luoghi comuni o modi di pensare; dati come morti, hanno acquistato l’invisibile potere dei fantasmi. Perché, volenti o nolenti, noi continuiamo a confrontarci con gli animali, onirici o reali, che frequentano il nostro mondo o quello parallelo, e speculare, dei nostri sogni … il bestiario … nega ogni ordine possibile … opta per una non-sistematica eteroclita e qualitativa. Ogni “natura” è unica e incomparabile».
Questo testo tutto “animale” appare, allora, come un bestiario ininterrotto, è il completamento di una trilogia di trattati (Alfabeti d’Architettura, Architettura Globale, Architettura Animale) che l’autore ha dedicato all’Architettura e ai suoi necessari sconfinamenti.

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