Altri codici
Sentimenti al lavoro nei galatei forensi In appendice DISCORSI di Henri - François D'Aguesseau sull'arte del giudice e dell'avvocato

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Collana: Varia
2008, pp 362
Rubbettino Editore, Diritto
isbn: 9788849822311
Figlio di un integerrimo Consigliere di Stato, assunto a modello di cittadino e di magistrato, Henri François D'Aguesseau, viene comunemente ricordato quale illustre precursore del moderno processo di codificazione ed iniziatore di quel positivismo esegetico che fu dominante dopo la codificazione napoleonica. Fra i principali teorici delle dottrine assolutistiche e razionalistiche in Francia, D'Aguesseau fu Advocat du Roi allo Châtelet e Advocat général al Parlement di Parigi (1690), ricoprendo, fin quasi alla morte (1751), vari uffici di rilievo come quelli di Procureur général, di Cancelliere e di Guardasigilli. Giansenista, sostenitore delle cosiddette libertà gallicane, spicca nella storia del diritto francese come l'autore del Réglement concernant la procedure que la Majesté veut être observée en son Conseil (ovvero del trattato fondamentale che regolava i rapporti fra Sovrano e Parlamenti) nonché delle grandi Ordonnances in materia di testamenti, donazioni, sostituzioni e fedecommessi, facenti parte di un vasto progetto, d'impianto colbertiano, teso a riformare le antiche leggi, di farne delle nuove e "di riunire le une e le altre in un unico corpo di legislazione", ovvero di fare una "specie di codice che divenga l'oggetto fisso e certo" dell'attenzione dei giuristi, come egli stesso scriveva nelle sue Oeuvres. Oratore dotato di raffinata ed efficace eloquenza, funzionario pubblico probo e rigoroso, a livello popolare era considerato quasi una figura ideale di uomo politico e giudice. Peraltro, non si esimeva dal suggerire raccomandazioni ai giudici circa la disciplina e i costumi da seguire, come nelle Mercuriali, ad un tempo esercitazioni di alta oratoria ed enunciazioni disciplinari d'impianto cetuale. Un ideale pedagogico, sostanzialmente legato alla logica dei ceti e dei corpi, che emerge anche nelle Instructions á mon fils, vero e proprio "piano di studi" per la formazione culturale e cetuale del giurista, composto nel periodo dell'esilio a Fresnes. Convinto riformatore dei costumi giudiziari, il D'Aguesseau si proponeva l'impegno" morale" (in un contesto politico giuridico di crescente statualità concepita in "orizzonti e discorsi di ceto") di contribuire ad "elevare l'ufficio di magistrato"e l'amministrazione della giustizia. Una società in mutamento, un diritto in trasformazione, un ceto che si autorappresenta e si propone, con le sue regole, come "fattore etico", sono alcuni degli elementi che fanno dei Discours di D'Aguesseau uno scritto rivelatore e, ancor oggi, assai utile per comprendere una società e un ceto in pieno travaglio di rigenerazione. Pasquale Beneduce, riproponendo la traduzione italiana dei Discorsi del Cancelliere del Re Sole, ne offre una lettura originale e stimolante, rinvenendovi un incunabulo dei "galatei forensi". Un'analisi non consueta dei Discorsi gli offre l'occasione per fare emergere i meccanismi di "autodescrizione della famiglia giudiziaria" in essi contenuti, nonché di rinvenire, nell'arte oratoria e nello "spettacolo" dei processi, un flesso non secondario fra "linguaggio dell'arte e linguaggio giudiziario". Il che gli consente di cogliere una sorta di "cortocircuito culturale" che, per ragioni diverse, suggerisce nessi con le enunciazioni di Francesco Ferrara e di Francesco Carnelutti e con i travagli della giustizia nella nostra stessa contemporaneità. Una lettura suggestiva e colta che, attraverso la decostruzione di un testo in cui l'Autore rinviene un "duplice registro monumentale e amoroso redatto nel tempo inquieto dell'infelicità dei ceti di antico regime", fa emergere tutta la portata di un codice d'istruzioni per giudici ed avvocati e con esso l'autodescrizione di un ceto. Una sorta di codice deontologico che finisce per trasmettere anche l'immagine di una giustizia che assumeva consistenza reale attraverso l'opera di un ceto oracolare, che andava formato per "mettere a valore" la realtà di una società. "Discorsi" come origine dei galatei forensi, quasi codici autodescrittivi" della famiglia giudiziaria", che "conservano abitudini mentali e sentimenti di giustizia di una società", per ne¬mergere in un tempo nuovo come "rovine" da fruire. D'Aguesseau, afferma Beneduce, "autore di ceto, stretto nella realtà materiale e simbolica di una società di ordini", celebrando il giudice, visto come sacerdote della Giustizia, "corpo di luce che riflette in se stesso l'amor di patria", scrive un codice d'istruzioni per avvocati e giudici che attua, con "logica sacerdotale e gerarchica", una "messa in scena" (lo spettacolo dei processi), che presuppone però una rigorosa formazione degli attori. Questi sono chiamati ad osservare meccanismi di "censura interiore", sia pubblica che privata, rispondenti a logiche di ceto essenziali per la rappresentazione e l'effettività di una giustizia, retta da consuetudini e leggi, che tocca al legislatore ammodernare e ordinare in un unico "copione", ma al giudice e all'avvocato far vivere nel quotidiano. I "Discorsi", assunti ad oggetto d'analisi in una presunta unitarietà, vengono letti dall'Autore quali "espressione esemplare degli altri codici e della pluralità di scritture politiche che regolano i linguaggi immaginari della giustizia" e, in questa prospettiva, destrutturati e ricostruiti secondo tre linee tematiche ed interpretative ritenute paradigmatiche di una ineludibile "continuità nell'autorappresentazione forense". Ovvero: il codice morale, quasi archetipo della deontologia forense, comprendente le regole del ben vivere e del bel parlare di giudici e avvocati; la coscienza propria della giustizia, una sorta di giudice interno che finisce per governare l'intera "messa in scena del processo"; l'estetica della giustizia, che "si riversa puntuale nel corpo eloquente del giurista" fra autorità e autorialità. Temi sviluppati organicamente in distinti capitoli, di cui il primo è dedicato ad un'indagine su «L'amore del suo Stato». L'amicizia di ceto fra visualità e recita, il secondo affronta le tematiche del «Piacere provando». Estetica dell'ordine e sublime giudiziario, un terzo tratta delle questioni connesse con Il «censeur domestique». Polizia del tempo e improvvisazione, mentre il quarto ed ultimo porta a riflettere sul «Sapersi possedere». Gli uomini di giustizia fra dissimulazione e trasporto. Partendo da una premessa contenente "istruzioni per "uso dei monumenti", Beneduce aggredisce i contenuti dei Discours sull'avvocatura (tre) e dei Mercuriales sulla magistratura (diciannove), per comprendere e penetrare l'essenza di quella letteratura eticogiuridica dedicata ad illustrare i "teatri della giustizia e la condotta dei suoi «sacerdoti», giudici e avvocati al lavoro nello «spettacolo dell'udienza»", restando sempre attento ad evidenziare i linguaggi di una "doppia scrittura, ora ufficiale e d'autorità ... ora narrativa e sentimentale". Un impegno non facile che suscita più interrogativi finendo per trovare alcune risposte nelle note conclusive (Censura di sé e dismisura) dove è messa in luce l'importanza degli altri codici, e fra questi dei galatei forensi. Spettacolo del processo, galatei forensi: "le relazioni fra teatro e processo, sentimento e diritto" scrive l'Autore "non si risolvono però in sole metafore e rassomiglianze", ma innervano parti consistenti della scrittura dei Discorsi, sottolineando la singolarità dei "ritorno di questi codici privati pensati nel moderno nell'esperienza recente della decodificazione e nell'orizzonte inquieto della postmodernità". Conclusivamente, l'invito ad una lettura non "antiquaria" ma colta, assolutamente fruibile, di testi plurali, dalla normatività dolce e strutturante, ricondotti dall'Autore ad una interna unità, anche per interrogare la storia aperta del nostro presente. Andrea Romano