Alcide De Gasperi (biografia)

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Collana: Supersaggi
2009, pp 1932 (tre volumi indivisibili)
Rubbettino Editore
isbn: 8849821796
Vol. I Alfredo Canavero, Paolo Pombeni, Giovanni Battista Re, Giorgio Vecchio Dal Trentino all'esilio in patria (1881-1943) Vol. II Francesco Malgeri Dal fascismo alla democrazia (1943-1947) Vol. III Pier Luigi Ballini Dalla costruzione della democrazia alla "nostra patria Europa" (1948-1954) Questa non vuole essere una prefazione ad un lavoro fatto a molte mani, una melodia ricomposta su un piano, ma solo una meditazione, come un discorso a mezza voce tra me e mio padre nell’angolo di una stanza. Prima di tutto perché una nuova biografia, quando in questi ultimi anni hanno già visto la luce altri volumi sulla sua vita? Cosa può essere rimasto ancora di inesplorato? Il non aver raccontato di sé, salvo qualche rara confidenza a meno che le azioni stesse non divenissero esempio per altri, ha costretto sempre i suoi biografi a interpretare quello che poteva essere l’animo dei suoi scritti, discorsi, interventi alla Camera, nelle campagne elettorali o nelle decisioni di governo con cautela, come si fa quando, sotto le nuove pennellate di una tela, l’artista ha lasciato un vecchio ritratto semi scomparso che ora si deve riportare alla luce senza distruggere il nuovo. Oggi che i fatti della politica del suo tempo hanno trovato quella maggiore compostezza di interpretazione data dal passare degli anni e nello stesso tempo molti archivi sono stati aperti a migliorarne la conoscenza, ciò che può ancora essere tema di studi è proprio la ricerca della spinta interiore e di conseguenza del modo di essere di un uomo che è passato come una luce nella vita del nostro paese. Per questa ragione ogni autore del volume è stato indotto a questo lavoro supplementare affinché la storia politica, in massima parte nota, godesse di una maggiore profondità di interpretazione e di pensiero. Se non ci fossero stati quegli ultimi venti giorni della sua vita, trascorsi nella pace delle nostre montagne, nemmeno io avrei potuto conoscere la giovinezza, né la maturità di mio padre, né avrei saputo scrivere niente sulla sua formazione. Fu lui che mi fece aprire due pacchi di fogli ingialliti mantenuti per decenni lontano dagli sguardi inutili, ma conservati dalla mamma con quel riguardo per le cose importanti che una volta faceva parte della buona educazione e del rispetto dell’intimità degli altri. Girando le pagine in parte macchiate dal tempo incominciai a leggere la vita di mio padre bambino, nato in un paese dove gli inverni erano freddi, dove l’estate non si facevano vacanze, ma solo corse sui prati in mezzo ai mucchi del fieno appena tagliato con l’odore acuto di fiori recisi e le grida degli uccelli. Quando era domenica si scendeva a piedi o con un carretto fino al paese più grande della valle dove scorreva il fiume. La madre, che era di un’altra valle più in alto, tra le Dolomiti, lo teneva per mano quando si recava a Messa al mattino e gli insegnava a fare il segno della croce davanti all’altare maggiore o nel passare davanti a quei capitelli che ornano le strade di montagna. Mai allora egli avrebbe potuto immaginare che a quel Cristo avrebbe dedicato la vita. Si – mi disse – ricordo i banchi del collegio Arcivescovile di Trento, poi le interrogazioni al ginnasio Prati dove i professori davano del lei agli studenti. Per avere una borsa di studio bisognava studiare molto. “Eri bravo?” Così, così, ci sono le pagelle. “E questi lunghi polsini inamidati con segni di algebra?” Un aiuto per superare la paura degli esami di maturità. Ma cosa vuoi raccontare, tutto questo ha poca importanza. “E allora perché le hai conservate?” È stata mia madre e poi mia sorella Marcellina che non buttava via niente. Quante tessere universitarie, dell’Azione cattolica, del gruppo studentesco degli italiani all’Università di Vienna, la riduzione ferroviaria quando ero deputato del Trentino, anche una tessera della Croce Rossa… “Perché non ci hai mai raccontato niente della tua giovinezza?” È passato tanto tempo, tanti avvenimenti, tanta vita. Era davvero passata tanta vita da quelle prime cartoline di ragazzo, le lettere alla famiglia e gli anni pieni di grandi fatti che il racconto delle piccole cose quotidiane avrebbe perduto colore. Eppure sono queste cose di tutti i giorni che costruiscono un uomo e ne condizionano il futuro. Marcellina, sorella dalla lunga treccia castana, è l’unica a tenere qualche pagina di diario a descrivere la vita con i genitori e i tre fratelli. Una calligrafia minuta, appena inclinata a destra come allora si insegnava nelle scuole, ci apre le tende delle finestre di via Belenzani perché si possa ricostruire, con poche date essenziali, come viveva nel Trentino nei primi anni del ’900 una famiglia di modeste possibilità economiche, ma che tutto aveva puntato sulla fede, la bontà e l’intelligenza dei suoi componenti. Il fratello al quale Alcide era più legato era il secondo, cui era toccato il doppio nome di Luigi Mario. Erano compagni di studi e di giochi, quando si dovevano chiamare a casa il grido era: Cidemario! Come fossero una persona sola. Questo affetto profondo li trova uniti anche nello studio, dove l’uno da consigli e aiuto all’altro. Alcide frequenta l’università a Vienna, mentre Luigi Mario studia al Seminario Vescovile che lascerà quando verrà consacrato sacerdote. Sono suoi i brevi appunti sulla preparazione al sacerdozio e sul grande affetto che lo lega al fratello maggiore. L’8 maggio 1905 scrive: Ricevo oggi una lettera da Alcide che dice: “Tu hai ora dinanzi un periodo serio, sacro, al quale volentieri vorrei pensare con tranquillità e pace. Così purtroppo noi chiudiamo i nostri studi lontani, senza corrispondenza, quasi gente destinata a dividersi per sempre. I miei auguri però t’accompagnino in quest’ultimo tuo tempo; ritorneranno forse i tempi in cui ne potremo parlare più a lungo.” Mario finisce di copiare lo scritto e conclude dicendo: Dovrei imparare io a pensare di più a questo periodo serio, sacro. In questi giorni pensandoci su ho trovato che non ho proprio nulla in mano, quello che posso offrire a Dio è solo un grande desiderio di diventare buon prete, di studiare tanto, di lavorare sempre, con accanimento, con tutti i mezzi, a costo di morire giovane, per Lui. Alcide da Vienna segue gli studi del fratello e ne legge gli articoli, le recensioni, le rassegne bibliografiche pubblicate sulla Rivista Tridentina, lavoro non facile che pretendeva una solida cultura di base.Si preoccupa perché il fratello in mezzo a tutto questo impegno culturale possa seguire il suo programma di vita, come del resto lui stesso aveva lasciato scritto su un piccolo foglio a riprova della sua serietà: Condizioni principali per uno studio fruttuoso: raccoglimento di spirito, mettere in ordine la coscienza, frenare le passioni, non precipitazione nello studio, ma studiare con regola e con misura. Pur essendo lontani i due fratelli si confidano spesso. È di Luigi Mario la divertente lettera nella quale descrive la festa offerta al padre Amedeo in occasione di un riconoscimento ufficiale da parte della gendarmeria per la fine del suo servizio. Avvenimento di cui Alcide aveva preteso una descrizione esatta per sentirsi anche lui presente. Quel mattino tutti si alzano presto: il pranzo viene preparato dalla mamma ed un’amica come cuoche, mentre Marcellina, con un aiuto, funziona da sguattera, il fratello più giovane Augusto ha l’incarico di portare la legna per la cucina, e Mario viene nominato cantiniere. In mezzo a tutto questo c’è il padre che si preoccupa solo di arricciarsi i baffi all’insù. Un breve quadro della vita di una famiglia dove ognuno condivideva realtà e programmi per un comune futuro, che allora si presentava modesto e tranquillo. Finalmente, alla giovane età di 22 anni, Mario diventa sacerdote e fra le lettere di amici e conoscenti che inviano auguri cui deve una risposta, c’è anche un piccolo biglietto per Alcide che mi pare descriva meglio di tante parole sia la delicatezza d’animo di questo giovane, sia quella condivisione di principi e di progetti di vita che unisce i due fratelli. Carissimo – scrive Luigi Mario – fra le decine di biglietti che mi obbligano a scrivere è giusto che trovi cinque minuti anche per te. Ti ricordi quello che ho sofferto i primi mesi di Seminario? Dio gioca nel mondo. Egli si sceglie un debole del mondo per confondere i forti. Come le mie sofferenze di allora sono compensate dalla mia consolazione immensa presente! Dio è buono, caro fratello, infinitamente buono. Sono sacerdote, intendi, sacerdote in eterno... Esternamente sono quello di prima, non so trovare parole per esprimere quello che penso. Da lontano, ma con tutto l’amore di fratello, io ti mando la mia benedizione: che Dio ti benedica e ti sorregga in questi tuoi ultimi giorni difficili e sempre.“Benedictio Dei onnipotentis Patris et Filii et Spiritus Sancti descendat super te et maneat semper.” Delicatissima questa benedizione scritta su un piccolo biglietto senza pretese, che sa comunicare a chi legge la profondità di una scuola comune di ideali fino alla dedizione della vita di due fratelli per la medesima causa. Uno sceglie la via politica per aprire una strada a chi lo vorrà ascoltare, il più vicino possibile ai principi di giustizia e di carità che appartengono alla sua fede. Il secondo, come in una storia parallela, spende il suoi giorni sia dedicandosi al suo ministero nella parrocchia di Rovereto, sia utilizzando parte dei suoi giorni a migliorare la conoscenza nel campo del sociale, considerando compito della Chiesa lavorare e vivere dentro la società del tempo. Egli in quei giorni traduce dal tedesco il volume di Ernesto Commer: “L’Essenza della Chiesa”. Ma ogni sua attività termina a 23 anni quando muore dopo grandi sofferenze. È il 15 gennaio 1906. Sarà Alcide che dovrà dirgli che è arrivato per lui il momento di lasciare la vita. Sul registro dei morti del Duomo di Trento, sotto il nome di don Luigi Mario ci sono queste parole: «Pio e zelante, amante della preghiera e dello studio, di non comune ingegno, speranza della diocesi, morì rassegnato, paziente e tranquillo nelle braccia del Signore». La morte di questo caro fratello colpirà Alcide con un dolore tanto profondo che non saprà fermare le lacrime e non potrà più chiudere gli occhi perché la sua figura nel momento del distacco gli sarà sempre presente. Lascio la parola a Marcellina, che nella sua semplicità dipinge più di ogni altro quel quadro di dolore che li ha colpiti: La morte di don Mario è per Alcide uno dei più grandi dolori della vita. Egli perde non solo un fratello, ma l’amico, il cuore di un amico che, cresciuto assieme, ha condiviso sempre le sue pene, le ansie, le gioie, che ha avuto comuni ideali di lavoro. Egli ora deve, presso i suoi cari, prenderne il posto, dedicarsi di più a loro, ma il dolore lo opprime, cerca di reagire, ma la salute non lo aiuta, i nervi sono stanchi e non gli permettono di dormire. Vede sempre dinanzi a sé l’immagine del fratello sofferente. La mamma lo sostiene e veglia accanto al suo letto, finché egli riprenda il sonno come un bambino fra le braccia materne. Di tutto questo a noi è rimasto solo un quadro con il ritratto di un giovane bruno dagli occhi chiari e l’abito da prete. Nostro padre ne fece, tanti anni dopo, appena un accenno. Quando la ferita è profonda non si riesce a comunicarla ad altri. Forse a quel tempo egli si sentì erede di quelle promesse che il fratello aveva fatto sulla via del Signore e prese a lavorare intensamente, portando sulle proprie spalle quel progetto di giustizia, di dedizione al bene degli altri, di amore senza confini di cui avevano tanto parlato quando pensavano di percorrere, in campi diversi, la medesima strada. Egli lavora intensamente per il giornale «La Voce cattolica» e per le elezioni, passando di paese in paese, ben sapendo che per la sua età non aveva ancora diritto a parteciparvi per se stesso. «Ho faticato, ho faticato tanto», disse un giorno ripensando alla sua vita. Era vero, niente gli è stato mai regalato, ma ogni passo compiuto fu sempre risultato di impegno, di volontà e di fatica. Finalmente, ecco una parentesi di serenità e di gioia per i suoi genitori che Alcide accompagna a Roma, Napoli, Pompei, Loreto, Assisi. La mamma è felice. Ma la notte del 3 dicembre 1910 muore improvvisamente. Ha solo 54 anni. Alcide ne ha notizia di nuovo a Vienna. Pioveva forte quel lunedì sul corteo che accompagnava la salma nelle vie di Trento verso la chiesa di S. Maria. La partecipazione al funerale fu imponente, malgrado la semplicità della vita condotta da questa mia nonna sconosciuta. I giornali dicono che vi parteciparono molti impiegati delle banche Cattolica e Industriale, i sindacati, i rappresentanti diocesani, il segretariato operaio del giornale il Trentino. Ma anche alcune associazioni universitarie, parte del corpo docente del ginnasio statale e di quello vescovile, rappresentanti del municipio ed il segretario del Principe Vescovo Endrici. Alcide risponde e ringrazia tutti attraverso il giornale di cui è direttore e ricorda la madre che amava non solo con l’affetto naturale di figlio, ma che stimava come donna che «venuta dal popolo mi fu ispiratrice di bene, di zelo, per la santa lotta a favore delle classi proletarie secondo i principi del Vangelo». Restano nella casa di via Belenzani Amedeo De Gasperi, Marcellina e il fratello più giovane Augusto. Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, altri che la considerano, e tale è per loro, un accessorio di secondaria importanza. Ma per me fin da ragazzo era la mia missione. Uno degli ultimi giorni della sua vita aveva detto: «Cercate tra le mie carte, non vi troverete niente di incoerente e di cambiato». Le ragioni del suo cammino politico hanno in questa affermazione la loro risposta. Gli storici ne descrivono qui gli atti, le decisioni, le prese di responsabilità, le battaglie anche dure a sostegno delle idee di libertà, del rispetto dell’uomo, della sofferenza del silenzio e del coraggio della ricostruzione. Un iter lunghissimo e travagliato, ma intenso, perseguito con volontà e dedizione senza perdere mai la prospettiva anche a volte lontana e difficile da raggiungere. Anche quando nasceva da un sogno, per molti ancora nebuloso e di poche realtà, come il nuovo comune futuro per i popoli europei. Se mettessimo in fila su un tavolo le tante tessere che portano il nome di De Gasperi ne verrebbe la descrizione della sua storia. Dalle prime conservate del 1914, ’16, ’17 che ci raccontano il suo impegno di deputato al Parlamento austriaco, la sua difesa dell’autonomia del Trentino, a quelle più vicine che offrivano all’onorevole, su un tratto della ferrovia elettrica, il diritto ad un biglietto a prezzo ridotto. Esse sono state testimoni di viaggi faticosi per le valli nel cercare di far crescere, in un popolo schivo e appartato, il desiderio di una maggiore presenza d’opinione nella politica del tempo. Tutte le tessere con la data fino alla fine della prima guerra portano la firma autografa di De Gasperi con due “D” maiuscole all’inizio. Mio padre non si è mai preoccupato come venisse scritto il suo cognome. Egli scriveva la sua firma attaccata dove la “G” era più grande delle altre lettere. Nella sua prima legislatura alla Camera italiana nel 1921, sotto la sua effige il cognome figura staccato. Mentre in molte cartoline degli anni ’30 e ’40, da lui inviate ai familiari, nell’indirizzo egli scrive indifferentemente De Gasperi o Degasperi. Gli ultimi 10 anni della sua vita pubblica lasciò che la propria carta da lettera e tutti gli stampati lo scrivessero diviso senza per questo farsene un problema. Ma ecco le tessere del periodo fascista. Sono rimaste solo quelle degli Uomini cattolici ed una, molto tarda, come Segretario della Biblioteca Apostolica Vaticana. De Gasperi non ha tenuto diari se non brevi appunti su piccoli notes nel periodo austriaco, poi a salti, qua e là a seconda del suo lavoro dopo la prima guerra quando, deputato alla Camera italiana, riceveva richieste di aiuto o di lavoro e si rammaricava di non poter far fronte a tutto. Del tempo della prigionia grande messe di notizie sono le sue lettere, mentre del periodo fascista ci ha lasciato un piccolo quaderno con qualche nota sulle sue sofferenze di fronte all’avanzata di una dittatura che lentamente aveva tolto agli italiani la libertà di parola, di organizzazioni politiche, di stampa. In questi anni del suo silenzio ci viene a soccorso quell’unica tessera della Biblioteca Vaticana dove passava le ore del mattino come impiegato sovranumerario, a fare schede di quella immensa raccolta di libri. Ma la sua intimità, già conosciuta attraverso le lettere a Francesca, si farà più chiara con gli scritti agli amici di Trento, don Luigi Delugan e don Simone Weber, che lo aiutarono a sopportare lo scorrere solitario di quegli anni, dai quaranta ai sessanta, che sono la parte più forte di un uomo. Infine la seconda guerra e la liberazione con l’apparizione di molte tessere in inglese, rilasciate dagli Alleati, e finalmente quelle di un governo libero. I primi discorsi, i primi viaggi a Londra, a Parigi, in America, pellegrino per amore di quella patria che, dopo averlo rifiutato per venti anni, ora lo eleggeva a suo rappresentante e autore della sua rinascita. Dieci anni di immenso lavoro e di ricerca delle migliori soluzioni: quasi incredibile, ci dicono gli autori di questi volumi, la sua capacità di seguire e di trovare ricette accettabili per una ricostruzione che non riguardava solo case, strade, ponti, ferrovie, dighe, aeroporti, ricerca di armi nascoste, ma soprattutto l’educazione di un popolo che della democrazia e della libertà aveva dimenticato l’uso o non la aveva mai conosciuta. E poi, ancora, le prime e forse ultime grandi riforme, la salvezza della lira, la rinascita economica, la vigilanza sull’ordine pubblico, il superamento degli scioperi a catena scatenati dalle forze comuniste, e infine il ritorno dignitoso fra i paesi liberi nel contesto internazionale, mentre in patria doveva tenere in equilibrio governi di coalizione spesso agitati e scontenti. Un materiale infinito, una ricerca a largo orizzonte, una meditazione seria, una dedizione personale ed un immedesimarsi alla figura interiore di questo personaggio è stato il compito cui si sono trovati davanti i nostri autori, che hanno cercato di risolvere con serietà e impegno. Alcide De Gasperi era persona non facile da descrivere nella sua interezza, che poteva anche sorprendere con le sue risposte inaspettate.Un giorno gli chiesi come mai prima di affrontare un problema più grave di altri aveva sempre il viso teso e subito dopo aver trovato la soluzione, quasi istantaneamente, si rasserenava e sembrava un altro. Mi rispose che il senso della limitatezza delle proprie capacità nella ricerca del meglio, nel sentire il termine del tempo che ogni decisione gli imponeva, lo portava ad acuire il proprio pensiero fin dove era umanamente possibile. Ma fatto ciò mi rivolgo a Chi sta sopra di me e Gli chiedo di completare ciò che forse non sono riuscito a fare io: se non ho visto bene, se ho sbagliato, Lo prego che mi illumini perché io sappia e possa correggere. L’importante è che io agisca con onestà e con umiltà. A Lui spetterà poi tutto il resto. Per questo, a decisione presa, mi sento sempre meglio. Solo oggi, dopo tanti anni dalla sua scomparsa, l’opinione pubblica, a qualunque strato sociale o corrente di pensiero appartenga, si rende conto della grandezza di un personaggio che non trova tramonto. Questo perché la ragione e la radice del suo essere politico è sempre stato l’amore per il bene pubblico, illuminato da una fiducia nelle capacità dell’uomo e da una spiritualità che ha lasciato in eredità ad ognuno di noi. Se chi vorrà leggere questa biografia saprà trovare, anche nascosto sotto gli avvenimenti del tempo, questo respiro spirituale che ha sempre accompagnato e ha dato le ragioni politiche allo scorrere di una vita, si sarà fatto un lavoro positivo. Ma lasciamo che De Gasperi stesso, in una lettera indirizzata a Mario Vinciguerra nel 1951, ci descriva come egli avrebbe raccontato la sua storia. Circa la proposta [di scrivere una autobiografia] essa mi onora, ma mi mette in imbarazzo. Credi davvero ch’io, allo stato degli atti, sia degno di storia, cioè che a parte ogni valutazione della persona, ch’io considero modesta, la mia biografia si presti ad essere occasione di una sintesi di un qualche settore di storia politica? Ne dubito, per parlare onesto e franco. Certo che essa non può essere scritta senza un rimarchevole contributo di ricordi ed esperienze personali. Sarei in grado di offrirtelo tale contributo ora, finché sto nella mischia? Ho paura di mancare di parola. Il prossimo anno sono settanta: chi sa che non mi congedino? Allora si che frugherei nelle carte vecchie, lettere e memorie per documentare la speranza tenace dei tempi malvagi e provare come un cattolico ortodosso e credente, attraverso l’illuminazione dell’esperienza altrui e quella propria, divenne politicamente umanista e ricettivo di ogni cosa buona e di ogni fede sincera nella libertà e tolleranza civile. Come ti vorrei aiutare allora, proprio te che hai tanto sofferto e tanto creduto, a lumeggiare questo cammino. È la parte meno nota e tuttavia la più schietta e più vera. Mi dicono abile, manovriero. Non è sempre un complimento. Preferirei vedessero in me un uomo di fede. L’abilità è al servizio della idea che mi conduce. Qui forse si troverebbe la spiegazione perché io appaia talvolta ai biografi affrettati o amichevoli un uomo di partito e talvolta uomo oltre o sopra le parti. Sono due aspetti della stessa figura. Mi fanno torto tanto coloro che esaltano l’abilità, molto relativa del resto, quanto quei giovani amici che vedono in me il tattico del parlamentarismo da contrapporre al rinnovatore sistematico che impersona il partito. Comunque caro amico, ripensiamoci e auguriamo che venga il momento della nostra cooperazione. Maria Romana De Gasperi

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