Africo, storia di solitudine e d'abbandono (La Gazzetta del Sud)

di Domenico Nunnari, del 28 maggio 2017

“Un paese senza acqua, luce, strada: uomini e bestie vivono insieme, solo tre case hanno la latrina, il pane è fatto con farina di lenticchie selvatiche”. Così scriveva di Africo sull’Europeo n. 12 del 1948 Tommaso Besozzi uno dei più valorosi reporter italiani del secolo scorso. Quello, per intenderci, che di Salvatore Giuliano scrisse “Di sicuro c'è solo che è morto”. 

Se c’è un villaggio, da indicare nella storia senza ombra di dubbio come emblema del Mezzogiorno escluso, abbandonato, distante dal cuore dello Stato, Africo viene subito in mente. La disperata solitudine di questo villaggio aspromontano, diventato marino dopo l’alluvione che lo ha sfigurato, ha ispirato pagine tormentate e bellissime della letteratura calabrese che ha narrato vita difficile di uomini e donne, sogni infranti, speranze deluse, grido inascoltato degli abitanti. Il “ritratto”, in bianco e nero, di Tino Petrelli che illustrava il reportage di Besozzi, rimane, ancora oggi, realistica rappresentazione dell’abbandono spietato del Meridione d’Italia. Si vedevano, in quella foto, bambine e bambini a piedi scalzi, infreddoliti, vicini ad un braciere, mentre facevano i compiti, in un’aula che somigliava ad una stalla, perché era una stalla. Era la scuola che lo Stato offriva al paese sperduto di Africo. Corrado Alvaro, di quel villaggio isolato dal mondo, ne parlò quando tenne al Lyceum di Firenze (1931) la famosa conferenza sul tema della Calabria: “Esiste un paese che ha nome Africo, nome che suonò sempre fra le stesse popolazioni dell’interno come curioso e selvaggio... colpito da carestia e non legato da nessuna strada al mondo civile”. Dopo Alvaro fu la volta di Saverio Strati, che ad Africo ambientò il suo primo romanzo “La teda” e in tempi più recenti Gioacchino Criaco, con “Anime nere”, ha riportato alla ribalta il suo paese, cui ha fatto seguito il cinema d’autore con Francesco Munzi, regista del film tratto dal romanzo omonimo.

Africo, continua ad ispirare la letteratura calabrese. È un modo, purtroppo l’unico, per difendere questo villaggio. Per raccontare le ingiustizie dell’abbandono civile e umano della comunità nazionale. Col romanzo “Via dall’Aspromonte” (Rubbettino) Pietro Criaco, omonimo e non parente dell’autore di “Anime nere”, esperto di linguaggio cinematografico, anche lui nato ad Africo, professore in una città del Nord, racconta di un paese dove non c’è la luce elettrica, manca il medico per curare la gente, non ci sono vie di comunicazione. Un certo giorno gli abitanti di Africo decidono di costruirsela da soli la strada. Si mobilitano in massa, vecchi, bambini, uomini, donne. Se lo Stato non arriva da loro, sono loro a farsi Stato e farsi la strada. Ma non è facile. Si oppongono le istituzioni, si oppone il malavitoso locale, che teme di perdere il suo dominio sulla comunità, se il villaggio si apre verso realtà fino a quel momento irraggiungibili. Pietro Criaco, arricchisce la narrazione con narrazioni incastonate nella trama del romanzo: vicende di vita vissuta nel villaggio. Racconti di bene e di male, di tenerezze e violenze, di vite che fioriscono e di altre che appassiscono. È romanzo delicato questo “Via dall’Aspromonte”. È sguardo su un microcosmo che vuole affacciarsi sul mondo, ma gli viene impedito. È metafora di un Sud che c’è, ma non si deve vedere. Pieno di malinconie e, per altri versi, di rimorsi rimossi dalla coscienza degli italiani. È un pezzo di Calabria “spiegato agli italiani”.