"Adolf Hitler. Una emozione incarnata" di Massimo De Angelis ()

di Redazione, del 22 luglio 2013

Da Il Foglio del  20 luglio 2013

Lo storico Ernst Nolte, che introduce questo libro di Massimo De Angelis (dal 1987 al 1994 consigliere politico dell'allora segretario del Pci, Achille Occhetto, e dal 1992 anche capo dell'Ufficio stampa del partito), scrive che l'autore "intende connettere la comprensione politico-metapolitica delle emozioni, che fu un diffuso fenomeno del tempo e che è stata da me elaborata soprattutto in riferimento alle caratteristiche 'infantili', 'monomaniacali' e 'medianiche' della sensibilità di Hitler, con l'interpretazione metapolitica di Heidegger. E questa è una cosa che io ne 'Il fascismo nella sua epoca' effettivamente non avevo fatto". "Per una interpretazione filosofica del nazionalsocialismo" (sottotitolo del volume) e quindi per spiegare perché Hitler e i suoi collaboratori si decisero a compiere quei crimini, infatti, "la nozione di banalità del male, usata da Hannah Arendt, è suggestiva ma non va alla cosa stessa. Si deve ancora comprendere come e perché quelle azioni non suscitarono grandi reazioni e provocarono persino consenso". Bisogna che si riconosca "che il fascismo fu bensì un 'errore della cultura' ma non 'un errore contro la cultura' come a lungo sostenuto dall'ideologia antifascista". "Il fascismo e, con tutte le marcate differenze che è dato rilevare, il nazionalsocialismo, furono espressione e costruzione di una cultura e solo per questo si può affermare che costituiscono un'epoca della storia d'Europa". Un'epoca che vide Hitler passare la giovinezza in una Vienna in piena premonizione dell'imminente finis Austriae, percepita come finis Europae, e identificata nella crescente perdita di importanza dell'elemento tedesco dell'Impero asburgico, sia rispetto alle masse popolari slave sia rispetto al ceto medio e medio-alto ebraico. Masse slave e dirigenza ebraica che sembravano unirsi nei partiti socialdemocratici. Quando la sinistra marxista russa prese il potere e cominciò a sterminare i ceti medi e medio-alti, il timore si fece realtà. Il nemico era il bolscevismo, ma l'antiebraismo era il catalizzatore e, paradossalmente, il sistema sovietico il modello. Anche l'Urss si rimodellò sull'esempio dell'avversario secondo basi di patriottismo nazionalista, proprio mentre il nazismo costruiva un proprio internazionalismo "supernazionalista". La Germania entrò quindi in tensione con tutti gli altri stati conservatori europei mentre l'evoluzione dello stalinismo invece li rassicurava, rendendo possibile un'alleanza fino a poco tempo prima reputata impossibile.

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