Addio alle ideologie. È il momento del Principe (Cronache del Grarantista)

di fronte a un fatto storico, del 04 maggio 2015

Il realismo politico

Figure, concetti, prospettive di ricerca

A cura di ,

Da Cronache del Grarantista del 3 maggio

Di fronte a un fatto storico (passato) o a un'azione politica (futura), come esercitate il vostro giudizio? Misurando quel fatto e quell'azione col metro dei vostri ideali morali e politici, che ritenete giusti e oggettivi; o, al contrario, valutando le forze in campo e ragionando su quanto era o è concretamente possibile realizzare di quegli o altri ideali? Detto in maniera molto semplice, quasi triviale, è questa l'alternativa che da sempre si pone a chi studia o agisce nella realtà storico-politica. Ed è un'alternativa che la storia del pensiero ha vissuto nel confronto fra la scuola dei "diritti naturali", cioè il giusnaturalismo, e l'altra del cosiddetto "realismo politico". Una tradizione quest'ultima che affonda, come l'altra, le sue radici nell'antichità classica, sol che si pensi al modo di considerare la storia di un Tucidide, e che poi ha una vigorosa rinascita in epoca tardo-rinascimentale e ancora primo-moderna, rispettivamente con Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, fino ad arrivare fino a noi con autori come Carl Schmitt, Gaetano e Mosca Max Weber. Realista in politica è chi, per dirla con le parole del Machiavelli del Principe, per capire o agire corre dietro alla "verità effettuale della cosa" piuttosto che "all'immaginazione di essa": chi non si costruisce verità di comodo con le quali ingannare gli altri, e a volte anche se stesso, ma sa guardare con occhio disincantato, crudo, spietato, la realtà umana che lo circonda. Che io sappia, fino ad oggi, mai nessuno si è provato nell'impresa di dare al lettore un profilo storico di questa tradizione di pensiero che corre parallela con la storia della civiltà occidentale. Sarebbe un'impresa molto impegnativa, dovendo l'autore eventuale abbracciare tanti secoli di storia. Ma, anche se non può dirsi affatto un compiuto profilo storico-teorico, pur approssimandosi all'idea in più parti, impegnativa è stata senza dubbio anche l'iniziativa, messa su da Alessandro Campi e Stefano De Luca, di far seguire, ad una loro iniziativa convegnistica perugina di tre giorni del settembre 2013 (svoltasi fra i frati francescani nella suggestiva cornice del convento di Monteripido) la pubblicazione di un volumone di quasi mille pagine in cui la concezione realistica della politica e della storia è affrontata e sviscerata da tanti punti di vista: Autori Vari, Il realismo politico. Figure, concetti, prospettive di ricerca (Rubbettino, Soveria Mannelli, pp. 972, euro 28). Non si tratta di una raccolta di atti, sia perché alcuni dei 52 studiosi coinvolti non erano a Perugia per il convegno ma hanno accolto la richiesta di scrivere un pezzo originale o inedito per il libro, sia perché anche gli autori presenti hanno per lo più rivisto le loro relazioni e le hanno adattate per la pubblicazione. Ne è venuto fuori un testo organico o almeno molto ben organizzato. I due curatori parlano, nell'introduzione, del loro libro come di una sorta di "atlante", di una "guida per la navigazione" che può essere consultata in ogni momento, a seconda di problemi e interessi, e che non va necessariamente letta in sequenza, dall'inizio alla fine.
Sempre i due curatori segnalano poi quello che per loro è il vero motivo del ritorno di interesse per autori e prospettive del realismo politico: la fine delle "grandi narrazioni", o ideologie, del "secolo breve" ha fatto sì che, nel mondo degli studi così come in quello della politica, si portasse attenzione «ad una concezione anti-ideologica e fattuale, sempre attenta ad ascoltare la lezione dell'esperienza e connotata da un forte senso del limite». Un ritorno di interesse che potrebbe rimettere al centro dell'attenzione anche la tradizione filosofica italiana, che, secondo quanto ha giustamente osservato Roberto Esposito, ha per lo più sempre coltivato un punto di vista fattuale sulle cose del mondo, apportando contributi originali più negli ambiti della storia e della politica che non in quelli della logica e dell'etica.
Nelle cinque sezioni che lo compongono il libro si muove costantemente lungo i binari sia della teoria sia della storia. Da una parte, infatti, vengono trattati ampiamente, seppur senza pretese di esaustività, molti degli autori che si ritengono appartenenti a questa tradizione di pensiero (mancano, ad esempio, due autori a me cari come Michael Oakeshott e Bernard Williams, e forse anche un capitolo sul realismo politico dei comunisti, da Karl Marx a Palmiro Togliatti per intenderci, sarebbe stato opportuno); dall'altra, si cerca di chiarire, e anche rendere meno vago di quanto sia nel discorso comune, il concetto di "realismo politico" (che è altra cosa dal realismo tout court, potendosi fra l'altro accompagnare, come per esempio accade in Benedetto Croce, a posizioni teoriche etichettate come "idealiste"). Oltre alla teoria e alla storia, c'è poi spazio nel libro anche per la domanda su una possibile riattualizzazione della tradizione e sul significato euristico che essa può ancora avere nella comprensione eventi della politica contemporanea. Fra i tantissimi autori spiccano i nomi di studiosi come Angelo Panebianco, Lorenzo Ornaghi, Pier Paolo Portinaro, Carlo Mongardini, Jeronimo Molino Cano, Daniela Coli, Spartaco Pupo, Maurizio Griffo, Claudio Martinetti. Sponsorizzato dal'Istituto di politica e dalla benemerita "Rivista di politica" (entrambe dirette da Campi), il volume esce nella collana universitaria di Rubbettino. In verità, nel volume non ci sono particolari tecnicismi o accademismi. Forse anche perché, parlando di realismo politico, contraddizione non lo consente.

di Corrado Ocone

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