Accanto al meno. Un'ipotesi nell'arte contemporanea (Il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania )

di Antonio Basile, del 21 gennaio 2014

Accanto al meno

Un ipotesi nell'arte contemporanea

da Il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania del 21 gennaio

Accanto al meno. Un'ipotesi nell'arte contemporanea (Rubbettino Editore) è il titolo dell'ultimo libro di Paolo Aita, noto saggista, critico d'arte, curatore di mostre di arte contemporanea e programmi radiofonici. Le rivoluzioni nella cultura del Novecento hanno avuto il risultato di una tangibile dispersione, diventata ormai parte integrante della ricerca artistica. A tutto ciò si è risposto con un rigore che a molti oggi appare inutile disciplina. Accanto al meno insinua una serie di ritratti di artisti: Gregorio Botta, Cesare Berlingeri, Lucilla Catania, Elvio Chiricozzi, Claudio Adami, Giulio De Mitri, Giulia Napoleone e Roberto Pietrosanti, che hanno scelto la difficile via dell'intensità. La rarefazione, sebbene inevitabile nei linguaggi attuali, è confrontata con l'universalità dell'arte, ottenendo risultati che aprono la strada a nuove geminazioni estetiche. Lontano dalle suggestioni del sistema dell'arte, Paolo Aita in questo libro prende in considerazione artisti che hanno la caratteristica di essere dei grandi isolati per carattere, la cui ricerca è alimentata dalla soggettività o dall'inconscio, oppure artisti che hanno percorso con costanza e determinazione una ricerca di confine, con una singolare e non teorizzatile mistura delle arti o dei linguaggi. Gli autori presenti in questo volume, scrive Paolo Aita nell'introduzione, "non hanno in comune uno stile o la costanza di un segno, ciascuno di loro non amerebbe stare in un libro con altri, pur apprezzandoli sinceramente nell'intimo. Diciamo allora che questo testo vorrebbe essere anche una (spero amabile) forzatura, onde scardinare l'individualismo tipico di tanti di loro. Se un tratto in comune in fondo si può rinvenire, è solo il peso della considerazione e della responsabilità nei confronti della storia, le cui esigenze gridano in modo particolarmente forte le loro ragioni nelle nostre latitudini". Tra gli artisti presi in esame, tutti degni di considerazione, la nostra attenzione si è soffermata su Giulio De Mitri e sul musicista Giacinto Scelsi, due artisti molto diversi tra loro, che hanno in comune una ricerca che si basa sul rapporto arte - sacro. Giacinto Francesco Maria Scelsi (Arcola, La Spezia, 8 gennaio 1905 - Roma, 9 agosto 1988), è l'ultimo proprietario di quel magnifico palazzo (d'Ayala Valva Scelsi), che sorge sulla via Giovanni Paisiello di Taranto, acquisito dal Comune prima della dipartita del nostro. Giacinto era figlio di Guido, all'epoca tenente di vascello e di Donna Giovanna d'Ayala Valva, originaria di Taranto. Allievo del maestro Sallustio, Giacinto Scelsi raggiunse la notorietà nel 1930 grazie a Rotativa. A quest'opera ne seguiranno altre che rivelano i suoi interessi per altri linguaggi e tecniche compositive, per esempio la dodecafonia, della quale ebbe i primi rudimenti da un allievo di Schónberg, il viennese Walter Klein. Il suo modo del tutto originale di procedere nella composizione dette adito a feroci critiche e ostracismi, che non si acquietarono neppure alla sua scomparsa. Secondo Paolo Aita, "per Scelsi il suono è manifestazione dell'essere, non della musica. Nel suo universo la musica, anche la classica totalmente scritta, è solo una delle possibili ed eventuali organizzazioni del suono universale, forse una particolarmente remota tra le infinite possibilità. Il suono attinge direttamente all'essere, ed è semplicemente una delle manifestazioni del bios universale. Per scelsi quando il musicista suona si rivolge a Dio. La trasformazione dell'homo in sacerdos è la base di tutte le religioni, per questo motivo fu inventato il rito". Tra i suoi ultimi lavori figura, Il Sogno 101: prima e seconda parte, a cura di Luciano Martinis e Alessandra Carlotta Pellegrini, Macerata, Quodlibet, 2010. La cultura di Scelsi fu estremamente ampia, e non limitata alla sola storia delle religioni. Il titolo del suo libro Il sogno 101, come gli arcani titoli delle sue composizioni, "fa parte di questa estetica, infatti 101 è un monogramma che si può leggere in modo doppiamente simmetrico (alto/basso e destra/sinistra), e in questo io è ripetuto e specchiato: Ma 101 potrebbe anche contenere un riferimento informatico nella sua sequenza di zero e uno, per cui estremamente ampio è il ventaglio dei riferimenti e delle ipotesi". Giacinto Scelsi, grazie al suo particolarissimo e radicale approccio alla musica, ha precorso di parecchi anni l'avvento del minimalismo e, più in generale, del radicalismo post-strutturalista. Misterioso e inafferrabile, Scelsi non ha mai vissuto una vita "normale" o, per meglio dire, paragonabile alla media dei suoi colleghi compositori. Un "outsider" di genio: e l'Italia non ama gli "outsider", tantomeno se di genio, ma prima o poi doveva accadere che qualcuno al di fuori di una ristretta cerchia di appassionati scoprisse quanto Giacinto Scelsi sia un grande musicista e quanto le sue composizioni siano un'avventura pioneristica ineguagliata. Ci voleva Scorsese per portare alla luce due capolavori come il rivoluzionario "Quattro pezzi per orchestra" (1961) e il misterioso "Uaxuctum" (1966), scelti per la colonna sonora di Shutter island. Un fondamento simbolico è presente anche nelle opere dell'artista tarantino Giulio De Mitri, che da decenni svolge una ricerca incentra sul sacro, sul mito e sulla storia, che si esprime attraverso l'utilizzo di linguaggi diversi, che esaltano la valenza magico - religiosa delle sue opere. La luce nelle sue opere acquista una qualità trascendentale: non è solo la luce del mediterraneo, è qualcosa di più, qualcosa di insondabile, qualcosa di sacro. La luce penetra direttamente nell'anima. Secondo Paolo Aita, "Giulio De Mitri è un pittore arcaico, per questo motivo può superare il moderno. Egli usa con la massima disinvoltura tutte le più moderne tecnologie, con l'atteggiamento dell'apprendista che impara in quanto scopre, ma, avvicinandosi all'anima delle cose, ancor più libero è il suo atteggiamento nei confronti della tecnica". Il mondo di Giulio De Mitri è ancora, nella sua sostanza profonda, simile a quello dell'antichità greca, è un mondo mitico. I suoi oggetti sono tratti dalla tradizione, e sono quelli, semplicissimi, che accompagnano l'uomo dagli albori della storia, e che il mare restituisce.
In verità in tante sue opere recenti gli oggetti sembrano risepolti, messi dentro un sarcofago, più precisamente, ri - collocati dentro l'alveo marino dal quale furono estratti, come se li volesse sacralizzare. De Mitri, scrive Paolo Aita, "si affida a una ripetizione di atti e di oggetti senza voler aggiungere niente di personale, affidandosi all'autorità dei millenni d'uso di questi oggetti, dunque alla storia. Gli oggetti in De Mitri sono rappresentati come se fossero semplicemente rinvenuti, come se la manualità dell'artista fosse indegna di essi. Tutti i suoi soggetti sono riportati a un silenzio, a un riserbo decisamente classico e sacerdotale". Anche l'arte, deve giungere alla rivelazione con i suoi mezzi, legati al visuale, e raggiungere una splendida auto - limitazione, adoperandosi a un lavoro di esplicitazione, di pochi, scelti elementi. Di questi si deve riaffermare il valore, quel valore che ha sempre avuto l'immagine in tutta l'arte europea e già mediterranea. In questo riavvicinamento di sacro e di arte, secondo Paolo Aita, c'è il senso di un rinnovamento che forse può portarci al superamento della crisi del moderno, in una direzione che il Mediterraneo ha già praticato attraverso il dialogo culturale e religioso delle sue sponde.

di Antonio Basile

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