Abolire la miseria per non infettare il corpo sociale (Corriere del Mezzogiorno)

di Monica Mattioli, del 06 ottobre 2014

Dal Corriere del Mezzogiorno del 6 ottobre

«Dubito assai che sarebbe ancora disposto ad assumere al suo servizio una donna, se sapesse di non poterla più licenziare, una volta che fosse entrata in casa sua»: è fulminante Ernesto Rossi quando, nel 1954, commenta la scelta di Calamandrei, schieratosi a favore del salvataggio - a spese dei contribuenti - della fonderia Pignone sostenendo «il diritto dei lavoratori a non morire di fame».
Si tratti di teoria economica, di diritto o di politica, Ernesto Rossi affronta ogni argomento con disarmante semplicità e sorprendente ironia. Liberale, liberista, pragmatico, scruta fino in fondo il «paese dei citrulli» e non si limita a criticarne le scelte politiche, gli orientamenti economici, i criteri giuridici: avanza proposte concrete e condivisibili.
I brani raccolti nel «Breviario di un liberista eretico» confermano la lucidità del suo ragionamento e la sua abilità nell'accompagnare, con frasi asciutte e senza possibilità di equivoci, il lettore nella battaglia per la democrazia.
Molti problemi italiani sona cronici, e molti comportamenti degli italiani sono vizi: ecco perché le sue considerazioni, penetranti e originali, sfidano i decenni.
«Abolire la miseria» per evitare che s'infetti «tutto il corpo sociale»; sopprimere i «bamboccioni» e i parassiti con un «servizio obbligatorio dei giovani nell'esercito del lavoro»; pianificare il liberismo in vista della «massima produttività»; riformare il welfare razionalizzando l'assistenza; scongiurare l'assistenzialismo potenziando «il dinamismo degli individui»; riformare la pubblica amministrazione, un «dinosauro senza cervello»; avviare un politica «rivoluzionaria» senza ignorare che «con l'appoggio dei sindacati operai è possibile fare solo una politica reazionaria». Il dinamismo economico ha un costo: «rifiutarsi di pagare questo prezzo significa rinunciare al progresso». E inutile girarci attorno: «la democrazia non è tanto il regime della sovranità popolare, quanto il regime del controllo sulla classe governante».

Di Monica Mattioli

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