“I fatti di Casignana”, il piccolo capolavoro (dimenticato) di La Cava (Corriere della Calabria)

di Sergio Pelaia, del 22 gennaio 2019

Nella foresta Callistro non crescono solo «i lentischi e le ginestre» ma rifiorisce, seppure per poco, la civiltà contadina oggi spesso decantata con toni tanto nostalgici quanto antistorici. Una retorica lontanissima dalla scrittura di Mario La Cava (foto da ww.mariolacava.it) che, con “I fatti di Casignana”, ha narrato una delle pagine più significative, e drammatiche, della lotta contadina calabrese. A riportarla in auge è la casa editrice Rubbettino che lo scorso 10 gennaio, nella collana “La nave dei pini” e con una bella prefazione di Goffredo Fofi, ha riportato in libreria questo piccolo capolavoro dimenticato, l’opera più politica dell’autore di “Caratteri” e “I racconti di Bovalino”. Uscito per la prima volta per Einaudi nel 1974, “I fatti di Casignana” è un romanzo storico – ben lontano dal lirismo della tradizione manzoniana – e narra le vicende dell’occupazione delle terre nel paese alle pendici dell’Aspromonte confinante con la Bovalino dello scrittore. Nel primo Dopoguerra Casignana è il feudo della principessa di Roccella, ma con l’entrata in vigore della legge Visocchi viene concesso ai reduci di guerra di lavorare i terreni incolti. I contadini del posto quindi si organizzano in una cooperativa e cominciano a bonificare la foresta Callistro che, pur essendo di proprietà della nobile di Roccella, è di fatto gestita dal signorotto locale don Luigi Nicota. In paese c’è fermento: diventa sindaco un giovane medico tornato dal fronte carico di ideali rivoluzionari. I fatti avvengono nel 1922: appena un mese prima della marcia fascista su Roma, la concessione delle terre viene revocata. I contadini allora, guidati dal sindaco socialista, provano e resistere e occupano la terra ma, ben presto, le autorità intimano lo sgombero e la repressione si trasforma in tragedia. Dietro l’attacco ai contadini c’è ovviamente il vero padrone di quelle terre, don Luigi, che, spalleggiato dalle prime squadre fasciste, punta a riportare l’“ordine” con provocazioni subdole e collusioni più o meno evidenti con chi ai vari livelli rappresenta ed esercita il potere sul territorio. Così la Conservazione fa il suo sporco lavoro e la repressione ricaccia nell’oscurità i tentativi di socialismo umanitario che avevano mosso i contadini. E l’ombra del regime che si va materializzando finisce per sopraffare definitivamente la consapevolezza e la voglia di riscatto sociale che i lavoratori avevano ritrovato nelle campagne dell’entroterra calabrese. La scrittura di La Cava è sempre quella, la stessa che gli fece guadagnare l’ammirazione e l’amicizia di Leonardo Sciascia, ma “I fatti di Casignana” è un’opera ben diversa dalle sue altre fatiche letterarie. Asciutto fino all’essenziale ma tutt’altro che arido, il suo stile si inserisce a perfezione nella fioritura di letterati e cineasti venuti fuori dalla Liberazione e cresciuti a pane e realismo. Nessuna retorica, nessun compiaciuto distacco nel racconto. Prima che narratore, La Cava è ne “I fatti di Casignana” cronista, storico, sociologo. C’è, fervida, la passione civile scoperta con “I Conquistatori” (1925) di Francesco Perri – a lui la dedica in apertura del libro – ma c’è una visione per nulla idealizzata della civiltà contadina che fu nella Calabria dell’entroterra, nel Sud di La Cava. Nella narrazione di quel tentativo di rivoluzione e di quella cinica controrivoluzione – anche questa una storia destinata tristemente a ripetersi – c’è un’indagine della composizione di classe di una comunità che visse condizioni economiche e sociali mai idealizzate dall’autore. C’è il legame con la natura, ci sono le guerre tra poveri – i pastori utilizzati dal padrone per andare contro i contadini e le trame d’odio appaltate dai latifondisti ai loro sottoposti – e anche i tanti limiti della borghesia “illuminata” e progressista le cui velleità finiscono per ricadere sulla pelle dei contadini. La scrittura di La Cava ha tratti asciutti, ritmo, non cede mai a estetismi o esaltazioni romantiche. Il suo è un affresco nitido e drammatico delle collusioni, dei tradimenti, delle solitudini di un popolo che nell’autunno del 1922 non era solo la Locride in cui La Cava era cresciuto, ma era tutto il Sud, era l’intera comunità nazionale illuminata per qualche momento da ribellioni fatte tragicamente tramontare ancor prima che sorgessero. Per lasciare spazio al buio del Ventennio.