100 intellettuali e una rivista per “salvare” la politica (Calabria on web)

di Luigi Pandolfi, del 14 ottobre 2012

Da Calabria on web - 13 ottobre 2012
Parla il politologo Alessandro Campi (nella foto con Severgnini)

“Rivista di Politica” (Rubbettino) fa capo ad un Centro di ricerca e analisi con sede a Roma e Perugia. Docente di storia del pensiero politico all’Università di Perugia, non si può dire che il prof Campi in questi anni si sia limitato esclusivamente al lavoro accademico.

Già direttore scientifico della Fondazione “FareFuturo”, oggi dirige il trimestrale di studi, analisi e commenti “Rivista di Politica”, edita da Rubbettino, che fa capo all’Istituto di Politica (IdP)  composto da un network di studiosi e di intellettuali, non solo italiani, le cui specializzazioni abbracciano un po’ tutti i rami della scienza politica. Con lui abbiamo voluto parlare di questa nuova esperienza, dell’Istituto e della “Rivista di Politica” appunto, ma anche dell’attuale situazione politica italiana e di Mezzogiorno e Calabria in particolare.

Professor Campi, sul sito dell’Istituto di Politica, nella presentazione, si legge : “L’obiettivo dell’IdP è quello di favorire, attraverso le sue pubblicazioni e le ricerche da esso promosse, lo studio e l’approfondimento della realtà politica, con particolare riferimento a quella contemporanea”. Le chiedo subito: come definirebbe lo scenario politico odierno nel nostro paese?

A dir poco confuso e complicato. Peraltro caratterizzato da una circolarità perversa tra politica e mondo dell’informazione. Spesso i commentatori politici sono più partigiani degli stessi esponenti politici. Il che rende appunto necessario un punto di osservazione per così dire neutrale e distaccato quale quello che abbiamo cercato di costruire con l’Istituto di Politica. Mettersi nella condizione di osservatori e analisti non significa, ovviamente, rinunciare alle proprie preferenze e passioni, ma queste ultime non possono avere il sopravvento sul ragionamento e sulla capacità di giudizio, che per essere efficace deve necessariamente accompagnarsi al senso critico e al dubbio. Gli italiani, negli ultimi vent’anni in particolare, hanno vissuto la politica alla stregua di una passione calcistica, si sono divisi in due tifoserie, senza più nemmeno disporre, a giustificazione delle proprie preferenze, di un retroterra ideologico o culturale. Si è stati pro o contro Berlusconi in maniera istintiva o pregiudiziale. Questo eccesso di febbre politica, mano a mano che il sistema politico ha dimostrato di non funzionare, ha determinato alla fine un eccesso di segna opposto: l’antipolitica, la protesta indifferenziata contro il Palazzo, della disillusione la più  totale. Se questo è il quadro, bisogna cercare di recuperare uno spazio di discussione politica all’insegna della moderazione, della serietà, del rigore e dell’obiettività. Che è esattamente lo scopo dei ricercatori – oltre un centinaio sino a questo momento – che si sono ritrovati intorno mal progetto dell’Istituto di Politica.

Il trimestrale dell’Istituto, “Rivista di Politica”, è edita da Rubbettino, nota casa editrice calabrese. Tra i redattori, oltre a lei, che pure vanta origini calabresi, figurano altri nomi del panorama culturale della nostra regione. È una casualità oppure la rivista vuole riservare una certa attenzione al Mezzogiorno ed alla Calabria in particolare?

La “Rivista di Politica” raccoglie studiosi e ricercatori da ogni parte d’Italia. Ma abbiamo anche corrispondenti e collaboratori esteri (soprattutto francesi e statunitensi). Come è ovvio, date anche le mie origini, ho però cercato per quanto possibile di coinvolgere nel progetto studiosi, soprattutto giovani, attivi nel Mezzogiorno d’Italia. Sono infatti convinto che nel Sud – nelle sue Università, ma talvolta anche al di fuori del circuito accademico – ci siano  numerose energie intellettuali, il cui unico rischio è quello di restare disperse e isolate. Il progetto dell’Istituto e della rivista è anche un modo per creare una rete, per dare vita ad una comunità virtuale composta da persone che condividono – come nel nostro caso – le stesse preoccupazioni come cittadini e gli stessi interessi come studiosi.

In questi anni la Calabria ha sofferto non poco di certe scelte politiche ispirate e sostenute da quello che potremmo definire il “partito trasversale del nord”, del quale la Lega è stata solo una componente, ancorché molto influente. A parte alcuni proclami, anche il governo dei professori non sembra particolarmente sensibile ai problemi che attanagliano la regione. Dal suo osservatorio, come fotograferebbe la situazione attuale della Calabria?

La triste realtà è che quella che un tempo si definiva la “questione meridionale” è totalmente scomparsa dall’agenda politica nazionale. La Lega ha forzato l’attività del governo Berlusconi in senso, appunto, nordista. Il governo Monti, dal canto suo, ha dovuto fare i conti con un’emergenza finanziaria talmente grave da non poter dare seguito ai buoni intendimenti riguardo il Sud e il suo sviluppo che  pure aveva manifestato al momento del suo insediamento. Ciò detto, le colpe della politica nazionale debbono essere bilanciate dalla mancanza di iniziativa, dallo scarso senso delle istituzioni e dall’incapacità amministrativa di cui hanno spesso dato prova le classi dirigenti del Mezzogiorno. C’è evidentemente qualcosa che non funziona al Sud nel rapporto tra politica e società civile, della quale la criminalità organizzata rappresenta senz’altro un’espressione (in alcune zone del Mezzogiorno e della Calabria addirittura preponderante). Confesso che nei confronti della Calabria – dalla quale manco da anni, ma sulla quale cerco di tenermi costantemente aggiornato – sono piuttosto sfiduciato. I suoi giovani migliori continuano ad andare via, coloro che meritoriamente continuano a lavorare e produrre in questa zona d’Italia sono lasciati a loro stessi…

E cosa suggerirebbe alla  classe dirigente italiana, politica e non solo?

Un esame di coscienza, alla luce degli scandali che si stanno succedendo da mesi, sarebbe in minimo. Ma soprattutto inviterei la classe dirigente – tutta, compresa quella politica, anzi soprattutto quest’ultima – a rendersi conto che senza un repentino cambio d’atteggiamento l’Italia è destinata  ad un triste declino, non solo economico, che alla fine sarebbe penalizzante per tutti. L’Italia, nella sua storia, prima e dopo l’unificazione politica, ha conosciuto momenti di degrado e decadenza, determinati proprio dal venire meno della funzione di guida e indirizzo delle sue élite. Il risultato è stato lunghi periodi storici di ristagno produttivo, di imbarbarimento dei costumi e della società, di perdita d’influenza sulla scena mondiale e di marginalità dal punto di vista culturale. Guardando alla storia – e considerate le potenzialità che il nostro Paese comunque ancora possiede – forse ci vorrebbe una scatto d’orgoglio unito ad un ritrovato senso della responsabilità da parte di tutti coloro che, a vario titolo, rivestono ruoli di vertice in questo Paese.

Prima di congedarci un’ultima domanda: secondo Lei la politica, anche alle nostre latitudini, è ancora in grado di assolvere ad una funzione riformatrice, corrispondendo alle reali esigenze della società?

In questo momento storico non mi sembra, anche se esattamente questo dovrebbe essere lo scopo della politica correttamente intesa: favorire il governo, secondo prudenza e ragionevolezza, avendo di mira il bene e il benessere collettivo, della società degli uomini. In questo momento vedo poco riformismo e molta demagogia, accompagnata da rassegnazione. Ma è una situazione che non può durare a lungo. Un drastico (e salutare) cambiamento dovrà prima o poi intervenire.

Di Luigi Pandolfi